lunedì 2 dicembre 2013

La leggenda della Dona Selvatica a Roverchiara


"Molti anni fa, per evitare che i bambini del paese e della frazione si avventurassero da soli sugli argini del fiume, rischiando di cadere in acqua e di annegare, si raccontava loro che in una buca lungo le rive vivesse la «Dona Selvatica», una strega mangia-bambini. La «Dona Selvatica», meglio conosciuta come la «Vecia Barbantana», sarà la protagonista della serata dei misteri, che si svolgerà sabato prossimo a Villa Biondani, in località Casotta delle Maddalene.
Si tratta di una leggenda considerata una delle più spaventose tra quelle raccolte dallo scrittore Dino Coltro nel libro «Fole Lilole». Si narrava, infatti, che sotto l´argine di Roverchiaretta, dentro ad un bosco, ci fosse un gran buco tondo e che questo fosse la tana di un´anguana, un essere metà donna e metà serpente. Nessuno l´aveva mai visto, ma tutti sentivano le sue urla forti e spaventose nella notte, come di un cane arrabbiato. Era convinzione che la strega mangiasse i bambini che si perdevano sugli argini, gettando a terra le loro ossa dalle quali nascevano gli arbusti di sanguinello."  

Dall'articolo "Rivive la leggenda della Dona Selvatica, L'Arena, 14 novembre 2013

venerdì 25 ottobre 2013

Lo spirito al castello di Salizzole (Verona) è il prigioniero Paolo Negri




L'Arena 

domenica 20 ottobre 2013 

SALIZZOLE. Il nome dell'entità emersa nelle registrazioni effettuate da «Gost hunter Verona» svelato da un nipote

Lo spirito evocato al castello?
«È il prigioniero Paolo Negri»

Andrea Sganzerla ha riconosciuto nel fantasma «sentito» in estate lo zio che fu rinchiuso e morì nella fortezza durante la guerra


Svelata l'identità dello «spirito» del castello menzionato durante le recenti indagini compiute nella fortezza medioevale dai «Gost hunter di Verona». Dall'analisi delle registrazioni sonore eseguite dagli «acchiappafantasmi erano emerse presunte voci, grida e rumori sospetti che farebbero supporre la presenza nella fortezza di anime maschili e femminili vissute in diverse epoche storiche che vanno dal Medioevo sino al Novecento. 
Fra queste, un'entità misteriosa avrebbe pronunciato il nome di un prigioniero di guerra, morto in circostanze oscure nella prima metà del Novecento: un certo Negri, la cui storia in paese è perlopiù sconosciuta. A dare un nome al prigioniero citato dai fantasmi del castello è oggi Andrea Sganzerla, un lontano nipote di Negri, residente in provincia di Venezia ma originario di Concamarise, che, dopo aver letto l'articolo sui fantasmi uscito sul nostro giornale, ci ha contattato per raccontarci i particolari della prigionia e della morte di Paolo Negri avvenuta nel castello salizzolese verso la fine della seconda guerra mondiale. 

«Il povero Negri trovato morto nel castello», riferisce Sganzerla, «è veramente esistito. Era un parente di mio papà Arnaldo Sganzerla, il fratello di mia nonna. Mio padre mi ha raccontato che fu trovato morto nel castello, probabilmente ucciso dai tedeschi, ma in realtà nessuno sa come sia andata realmente la vicenda perché all'epoca nessuno chiarì a mia nonna come fossero andati i fatti e non si riuscì mai a sapere il motivo dell'uccisione fatta passare, a quanto pare, come un suicidio». 

La storia di Paolo Negri che il destino ha relegato fra le mura del castello salizzolese, divenuto il custode di questo mistero, incuriosisce ancora oggi. Da sempre, infatti, in paese circolano diverse versioni dei fatti. C'è chi sostiene che si sia suicidato tagliandosi le vene e chi invece afferma che qualcuno lo abbia ucciso per estorcergli qualche informazione. Nessuno però, a tutt'oggi, ha elementi fondati per confermare una o l'altra tesi. Neppure i suoi familiari sarebbero a conoscenza di cosa sia successo realmente nel 1945, in quella stanza al primo piano della fortezza medioevale. 

Per fare luce su questa controversa vicenda ci siamo rivolti a Rinaldo Luccato, un appassionato di storia locale, che ci ha fornito la testimonianza scritta di Adamo Merlo, comandante delle Brigate nere di Isola della Scala, il quale nel 1943-'44 aveva ampio potere in tutto il territorio della Bassa veronese. Si tratta dell'unica fonte scritta rinvenuta che fa esplicito riferimento a Negri. Nel libro, intitolato «Vicende, confessioni ed esperienze del piccolo gerarca del periodo fascista», l'autore, facendo riferimento ad alcuni provvedimenti disciplinari rivolti all'allora segretario comunale, scrive che Paolo Negri era un impiegato e anche il suo vice. Si legge nel testo: «Pensate al calvario di questo nostro impiegato, signor N.P. (Negri Paolo ndr), che al termine del conflitto venne prelevato dall'ospedale di Bovolone, dove giaceva ammalato, per essere trascinato a piedi in una delle due torri di Salizzole e rinchiuso da solo in un locale adibito a carcere. In queste condizioni, per le paure sofferte, per gli insulti e le percosse subite, per lo stato di esaurimento in cui era caduto e per certi strani tagli riscontrati ai suoi polsi, questo nostro caro amico, senza poter dare un abbraccio ai suoi cari, lasciò questa valle di lacrime». 

In paese si tramandano da varie generazioni anche altre storie. Si racconta ad esempio che «Paolin», persona buona e mite, fosse stato imprigionato nel castello e che negli ultimi giorni della guerra fossero giunti a Salizzole alcuni componenti del Comitato di liberazione nazionale di Verona per interrogarlo. Per fare ciò avevano obbligato le guardie che lo sorvegliavano ad allontanarsi. Dopo circa 20 minuti, le guardie tornarono e trovarono il Negri già morto con evidenti ferite ai polsi che potevano far intendere un suicidio. Ma il dubbio rimane e forse a svelarlo potrebbe essere la prossima indagine degli «acchiappafantasmi» veronesi. 

mercoledì 11 settembre 2013

A Verona weekend dedicato a hobbit e arte


(comunicato stampa)



Mostra e presentazione di un saggio dal titolo “In te c'è più di quanto tu creda”.
Family Happening, Piazza Dante, dalle 14 di sabato14 settembre fino alla sera di domenica 15
Presentazione del libro ore 17.30 di sabato 14 settembre.


"Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura!"
Inizia così, in un bel giorno apparentemente calmo e tranquillo, la chiamata inaspettata da parte di uno stregone di nome Gandalf ad un pacioso e ignaro personaggio di nome Bilbo Baggings, meglio noto come 'lo hobbit'. Una chiamata che ben presto si trasforma nell'avventura più importante della vita del signor Baggins, e che grazie alla geniale penna del suo inventore, John R.R. Tolkien, continua ad incantare e affascinare da piú di settant'anni, milioni di lettori in tutto il mondo.
In un mondo disincantato come il nostro, Tolkien ci ricorda che l'uomo è ancora fatto per uscir fuori "a riveder le stelle" e che l'irruzione di qualcosa di inatteso o inaspettato nella vita di ognuno è “la porta” per scoprire che in noi c'è molto di piú di quanto noi stessi crediamo.


Sul tema “In te c’è più di quanto tu creda”, saranno esposte le opere di sei artisti accomunati dall'esperienza nelle aule del Liceo artistico Nani Boccioni, chi come studente chi come insegnante, ovvero Giovanni Azzali, Nicolò Carozzi, Sara Ferro, Alessandro Vlad Hristodor, Rosanna Mutinelli e Ada Pachera.

La mostra è accompagnata da un saggio dal titolo “In te c’è più di quanto tu creda - L’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit” della collana FuoriClasse (Delmiglio Editore). Il volume raccoglie i contributi di alcuni dei massimi esperti italiani del mondo tolkieniano, Paolo Gulisano, Chiara Nejrotti e Roberto Arduini. Le pagine, affidate dalla curatrice Roberta Tosi a questi straordinari saggisti, raccontano il viaggio di un mezzuomo chiamato, come ognuno di noi, a vivere l'avventura della propria vita.

L'esposizione sarà aperta ai visitatori nella Loggia di Fra' Giocondo da sabato 14 settembre alle 14 fino a domenica 15 sera.
La presentazione del saggio “In te c’è più di quanto tu creda” si terrà sabato 14 alle ore 17.30, con la collaborazione dei rievocatori medievali delle Lame Scaligere e con l'accompagnamento musicale del duo Anima Keltia (arpa e voce).

L'ingresso è libero.

L'evento è organizzato dalla Compagnia degli Argonath, un gruppo di giovani appassionati capitanati dalla presidente Roberta Tosi e si svolgerà nell'ambito della manifestazione Family Happening.

Per informazioni:
redazione@delmiglio.it

lunedì 9 settembre 2013

La leggenda del cane di Quinzano e del cane di Avesa


L'Arena, lunedì 09 settembre 2013

STORIA E LEGGENDA. Monumento allegorico sulla storica contesa con la frazione di Avesa
Quinzano, ritrova l´osso il cane di marmo

Sfregiato lo scorso luglio da un balordo di passaggio, il monumento è stato restaurato dallo stesso autore dell´opera, Salvatore Vanni

A Quinzano il cane di marmo ritrova il suo osso. Sfregiato lo scorso luglio da un balordo di passaggio, il monumento allegorico sulla storica contesa con il vicino paese di Avesa è stato restaurato dallo stesso autore dell´opera, Salvatore Vanni.
(...) La storia del cane ripercorre quella dell´amore e odio dei due vicini paesi: appunto Quinzano e Avesa. La leggenda è incisa in dialetto ai piedi del monumento di piazza Righetti e s´ispira ai nomi dei due quartieri che essendo nella pronuncia il primo più stretto del secondo, uno permette di tenere in bocca l´osso, mentre l´altro lo fa cadere. Si, perché a denti serrati si dice «Chinsano», mentre a bocca spalancata «Avesa».
L´antica storia dei due cani che incontrandosi si chiedono da dove provengono e la conseguente «vincita» sull´osso trattenuto dal cane di Avesa da parte del cane affamato di Quinzano ricorda una rivalità che si perde nella notte dei tempi. A dividere le due frazioni è il monte Ongarine e lungo il suo crinale si sono consumate numerose storie di amanti. Giovani alla ricerca della propria anima gemella che si spingevano sino al vicino paese. Da qui è facile comprendere la goliardica rivalità. Ora il cane ha ritrovato il suo osso e con l´occasione la leggenda ha preso nuovo vigore, tanto che scherzando in piazza si dice «sarà stato qualcuno di Avesa».
(…)
La leggenda richiama la storia del corvo e la volpe di Esopo, ripresa poi da Fedro e qui adattata.

domenica 4 agosto 2013

recensione: Taltos Il ritorno, Anne Rice





Rileggere un autore dopo anni talvolta è un rischio non da poco. A volte la "magia" della sua scrittura si perde, ci si arriva a domandare cosa si è trovato in quell'opera o in generale in quello scrittore, e così (un po' come succede nel rivedere i vecchi fidanzati!) anche la bellezza di quello che è stato rischia di scomparire, coperta da un nuovo sentimento di delusione.

Non è così, per me, con Anne Rice, scrittrice che ha accompagnato i miei anni di "studio matto e disperatissimo" non solo dei veri e propri classici dell'horror ma anche di quello che ci girava intorno, delle opere moderne e delle scritture più contemporanee.

La Rice per me ha sempre rappresentato l'equilibrio tra il tema che mi interessava (il mondo "vampirico" in primis, ma anche il tema delle streghe e delle casate di streghe) e il suo sviluppo in una narrazione personale, concreta, e soprattutto accessibile al lettore. Sì, perché nonostante i suoi detrattori, Anne Rice è una di quelle scrittrici che riescono a dare ritmo alla storia, a dare personalità ai personaggi, a essere coerente e a regalare ai lettori il piacere di abbandonarsi alla lettura. Certo, a qualcuno demoni e vampiri tormentati da sentimenti umani potranno anche non piacere, ma non voglio entrare nella sfera dei gusti personali.

Quello che mi preme sottolineare è come con "Taltos Il ritorno" di Anne Rice dopo anni di lontananza letteraria non sia difficile rituffarsi nel mondo delle streghe Mayfair e ritrovare un piacere perso di vista (forse per troppo tempo, mio malgrado) ma anche un piccolo grande mondo che gli anni (quelli in cui ci si dimenticano i nomi dei personaggi o cosa fosse successo nel libro precedente per intenderci) non hanno tutto sommato reso inaccessibile. Insomma, dopo 10 anni leggere il seguito di un romanzo di Anne Rice (anzi di due, L'ora delle streghe e Il demone incarnato) significa vivere un'emozione ex novo, e soprattutto l'abilità di un'autrice si può misurare anche dal fatto che un libro viva di vita propria, senza doversi per forza rileggere i precedenti.

La storia di Rowan e Michael, arricchita in modo perfetto in questo capitolo dalle vicende di Mona e degli altri comprotagonisti, è inutile dire che è una saga sempre attuale. Sebbene si possa notare che sono passati esattamente 20 anni dalla scrittura di questo romanzo, nella narrazione non si sente la mancanza di ipad o smartphone, perché al momento del bisogno la tecnologia c'è, ma soprattutto ci sono la scrittura, la storia e la trama, cioè quel modo particolarissimo di intrecciare le storie dei personaggi e delle vicende che è il segno speciale dello scrittore e della scrittrice.

Forse perché in questi anni all'antica passione per l'orrore si sono affiancate lo studio delle religioni pagane e del celtismo (da cui Anne Rice in questo caso attinge smaliziata per dare profondità ad alcuni personaggi e alla creazione del suo proprio folclore), ma a Taltos il ritorno non pare mancare proprio nulla per essere una piacevole lettura. O perlomeno, a me non è mancato nulla.

Simona Cremonini



TRAMA:
Dietro i vetri di un grattacielo newyorkese un insolito personaggio osserva la neve ricoprire ogni cosa. Il suo nome è Ash Templeton. Agli occhi del mondo è un affascinante imprenditore, ma dietro il suo strano aspetto si cela un cupo segreto: è l'ultimo re dei Taltos, forse l'unico sopravvissuto di un popolo ormai estinto, sospeso tra storia e mito. Un re millenario la cui fine pare ormai segnata, a dispetto della leggenda che lo vuole destinato a tornare. Ma nelle verdi campagne inglesi qualcuno trama per assistere nuovamente all'arcano rituale dell'accoppiamento di quella favolosa razza, un sogno folle che rischia di far crollare le austere mura dell'Ordine del Talamasca ed à già costato la vita a uno dei suoi membri più illustri, imparentato con il clan delle streghe Mayfair. Una minaccia che mette a rischio l'intera famiglia nel cui sangue si cela lo spaventoso potere di generare i Taltos, un dono sciagurato che ha fatto sprofondare la bellissima Rowan in un limbo di torpore. Sarà lei a dover emergere da quelle nebbie per far fronte al pericolo e combattere i propri demoni. Un compito crudele che la porterà a incrociare la strada di Ash...

giovedì 1 agosto 2013

il 2 agosto, la festa degli uomini e dei loro "gioielli"



tratto da:
http://albtex.wordpress.com/2012/07/25/due-agosto-festa-dei-gioielli/



Ma perché il 2 Agosto è la festa degli uomini?
 Dino Coltro nel suo “Parole perdute – Il parlar figurato nella tradizione orale veneta” (Cierre Edizioni) dà una possibile interpretazione circa la nascita della tradizione, che pare appartenga soltanto al Triveneto e alla Lombardia, con epicentro nel Friuli, precisamente a Monteprato (frazione di Nimis, in provincia di Udine), dove la festa degli uomini ha assunto un carattere decisamente goliardico, attirando peraltro migliaia di spettatori.


Coltro richiama la nascita della festa all’ultimo periodo della Serenissima, “quando soldati e ufficiali francesi – scrive – portavano calzoni attillatissimi che lasciavano intravedere le parti virili. Pare che una ordinanza abbia obbligato i militari a sistemare “les deux a gauche” per motivi estetici e di decenza”.


“Do de agosto” quindi non sarebbe altro che l’imitazione, fatta dai veneti, della pronuncia del francese “le deux a gauche”. Ora, perché da una frase francese che assomiglia a una frase in dialetto veneto, sia nata addirittura una festa, non è chiarissimo. Lo stesso Dino Coltro aggiunge: “O, forse, la leggenda vuole rendere più accettabile la frase i do de agosto, frase popolarissima per definire i genitali maschili, e che probabilmente deriva da una interpretazione del simbolo calendariale du oto”.

venerdì 19 luglio 2013

Le colline del basso lago di Garda si tingono di mistero


COMUNICATO STAMPA - Tornano i viaggi nel mistero locale della giornalista Simona Cremonini, che dopo la guida per viaggiare tra le leggende del lago di Garda propone per l’estate 2013 il nuovo “Misteri Morenici”: un viaggio nella fantasia popolare, fra i culti, i simboli, le storie fantastiche e le leggende che ancora oggi sedimentano lungo le colline moreniche del basso lago di Garda.
“Misteri Morenici” segna un percorso affascinante e inedito tra le province di Mantova, Brescia e Verona, narrando gli enigmi di quello che, come ricordato nel libro e in fascetta, il Solitro ha definito “il più vasto, perfetto ed ammirevole anfiteatro morenico, che vanti l'Italia”.


Medole, Cavriana, Solferino, Castiglione delle Stiviere, Montichiari, Lonato del Garda, Valtenesi, Desenzano del Garda, Lugana, San Martino della Battaglia, Pozzolengo, Peschiera del Garda, Ponti sul Mincio, Monzambano, Volta Mantovana, Guidizzolo, Valeggio sul Mincio, Castelnuovo del Garda, Sona, Custoza, Lazise: sono le tappe di questo tragitto mistico, a tratti esoterico, di cui si può andare alla scoperta con la nuova “guida del mistero”. La copertina è dedicata al Monte Corno di Desenzano del Garda, santuario naturale teatro di antichi culti di eco celtica.

Misteri Morenici, come spiega la quarta di copertina, è “Una passeggiata tra le colline moreniche del basso lago di Garda lungo le storie di spettri e fantasmi, mostri e animali simbolici, antichi culti mai sopiti tra religione celtica e cristiana, mitologia, streghe, creature fantastiche, fate, leggendarie città sommerse, tavolette enigmatiche, presenze infernali e trabocchi sulfurei”.

Il libro è edito da PresentARTsì, "bottega di prodotti culturali" di Castiglione delle Stiviere, che della stessa autrice ha pubblicato lo scorso anno i due fortunati libri precedenti “(I) racconti fantastici del Garda” e il saggio “Leggende, curiosità e misteri del lago di Garda”, uscito in queste settimane nella versione inglese, nonché nel 2013 Il breve saggio “La paura danza in collina”, che attraverso un viaggio nel rapporto tra letteratura horror e collina completa idealmente Misteri Morenici.

I libri sono distribuiti presso la libreria Mr Libro di Castiglione delle Stiviere e nelle altre librerie e punti vendita indicati sul sito www.leggendedelgarda.com, nonché sulla pagina facebook di PresentARTsì.

Editor, giornalista, autrice di narrativa e di articoli su folklore e leggende, Simona Cremonini ha presentato racconti su e-book e pubblicazioni cartacee, tra cui tra i più recenti "Il gioiello di Crono" e “Storie di gente a pezzi” (Delmiglio Editore 2012), “La bottega dell’erborista” (Delmiglio Editore 2013). Piazzata in diversi concorsi letterari di genere, ha vinto l’edizione 2005 del Premio Akery, sezione horror.

Per acquistare  i libri e per informazioni: tel. 0376 636839 – associazionepresentartsì@gmail.com.

giovedì 11 aprile 2013

Catturato il mostro del fiume Adige


L'Arena 
giovedì 28 marzo 2013



MONTEFORTE. Eccezionale cattura vicino a Ponte Catena, in città: il grosso esemplare pescato con un'esca artificiale

Trota di 10 chili: preso il «mostro dell'Adige»

Gabriele Bolla pensava di avere la lenza impigliata Ha impiegato 50 minuti per portare a riva il pesce



Sotto ponte Catena un pescatore montefortiano acchiappa «il mostro dell'Adige». Gabriele Bolla ci ha messo 50 minuti per tirar fuori dall'acqua una trota marmorata di 10 chili e 200 grammi. «Un esemplare spettacolare, 105 cm dalla testa alla coda, 15 anni d'età stimati. Se ancora ci penso, mi tremano le gambe», dice emozionato il socio dell'Associazione pescatori di Verona.
E' successo tutto sabato mattina: «Volevo andare sotto ponte Catena a tutti i costi e ho dovuto faticare per convincere mio cugino Christian. Alla fine ho vinto io e siamo approdati in città. Lui si è spostato verso valle e io sono rimasto sotto il ponte», racconta Bolla, pescatore da sempre, «e ho buttato la lenza al largo. Dopo un po' ho sentito dei colpi molto forti, ma francamente pensavo di essermi impigliato in qualcosa. Ho iniziato a tirare e ho visto la canna piegarsi in modo impressionante».
Tira e tira, a un certo punto dal pelo dell'acqua fa capolino la testa enorme di una trota. «Mi sono messo a urlare e ho cominciato a tirare ma avevo il braccio piegato. E' venuto in aiuto un ragazzo che era lì a pescare e nel frattempo mio cugino è corso verso di me. Io tenevo la canna e loro mi aiutavano: ci abbiamo messo 50 minuti a farla uscire dall'acqua».
Quando hanno capito cosa aveva abboccato i tre sono rimasti a bocca aperta: «Un mostro, il mostro dell'Adige. Si sa che lì è un posto buono, ma una roba così! Il massimo che mi era capitato, fino a sabato, erano esemplari sui tre chili». Bolla ha dovuto prender fiato davanti ad un bicchiere e s'è rifugiato nel baretto all'angolo di ponte Catena: «Il barista è rimasto sconvolto. Mi ha chiesto una foto perchè una roba simile non gli è mai capitato di vederla in tanti anni».
La trota da guinness Bolla se l'è portata via a spalle, come un trofeo di caccia più che di pesca e quando l'ha guardata con attenzione è sbiancato: «Mai visti denti simili! Nella bocca del pesce ci entrava tutta la mano e il polso». A casa sua la foto del trofeo è un ingrandimento già in cornice. La trota, invece, beffata da un'esca artificiale in metallo che nel movimento ondulante imita un argenteo pesciolino, è finita nel congelatore: «Non so come si chiamasse, ma vorrei ringraziare quel ragazzo che mi ha aiutato. Ha fatto a tempo a dirmi che da due settimane è in cassa integrazione e che in 15 giorni di pesca quotidiana aveva preso giusto due trote da sei etti: beh, qua ce n'è anche per lui che quasi quasi sveniva davanti ad un esemplare del genere».P.D.C.

A Bevilacqua strani fenomeni al castello


L'Arena
domenica 07 aprile 2013


BEVILACQUA. Le anomalie sono state riscontrate al castello dal Gruppo investigativo attività paranormali di Roma 

Nebbiolina, impronte e rumori
Strani fenomeni nella fortezza

L'analisi del materiale raccolto  dai «cacciatori di fantasmi» con sofisticate strumentazioni ha rivelato anche voci e risate


In una stanza è apparsa improvvisamente una leggera nebbia mentre un'entità ha lasciato impronte su un tavolo. Ma si sono verificati anche rumori di sedie in movimento e voci elettroniche Evp - Electronic voice phenomena - che sembravano rispondere alle domande. Queste sono state le principali anomalie riscontrate al castello di Bevilacqua durante l'indagine effettuata lo scorso 23 febbraio dal Gruppo investigativo attività paranormali di Roma, con la partecipazione dei sensitivi Francesca Gargano ed Angelo Caregaro, del proprietario della fortezza Roberto Iseppi e di numerosi utenti collegati online via internet.
C'è voluto del tempo per analizzare dettagliatamente tutto il materiale raccolto in quella serata. «Innanzitutto abbiamo analizzato il video dell'indagine, visionando le immagini delle telecamere mobili e fisse a visione infrarossa, nonché quelle termiche» spiega Gian Paolo Peroni, fondatore del gruppo di Ghost hunters (cacciatori di fantasmi ndr) nato nel 2011. «Poi», aggiunge, «abbiamo esaminato i file audio raccolti con i registratori digitali ed il convertitore di ultrasuoni. Infine, sono state elaborate le foto scattate con le visioni ad infrarossi, ultravioletti e termiche». 

Due sono state le singolari manifestazioni riscontrate nel sopralluogo. La prima riguarda l'improvvisa nebbia creatasi all'interno della stanza sottostante alla camera da letto della contessa Felicita Bevilacqua, che è stata confermata dal rilevatore di umidità, il quale ha avuto una netta impennata verso l'alto. Le rilevazioni eseguite con la griglia laser, la termocamera ed i termometri laser non hanno segnalato però alcun movimento anomalo, mentre nei filmati compare solo una lieve foschia. L'altra anomalia riguarda le tracce termiche lasciate sul tavolo della stanza della musica, come se qualcuno o qualcosa si fosse appoggiato: tracce non riconducibili comunque ad una mano umana.

Dall'analisi degli Evp, invece, sono emerse ben due anomalie: una registrata nella stanza da letto della contessa, l'altra nella sala della musica. «La prima, molto facile da ascoltare», riferisce Peroni, «sembrerebbe la risata di un bambino». «La seconda, invece, ha volume e nitidezza minori rispetto alla prima, ma ad un attento ascolto, pur non riuscendo a ricostruire parole di senso compiuto, sembrerebbe essere la risposta ad una nostra domanda precisa su come mai il castello fu conquistato molte volte dai nemici».
In conclusione, dopo aver analizzato tutto il materiale raccolto, non si può dire con certezza se il castello sia abitato dalle anime di Felicita, di Alessandro Bevilacqua, di altri componenti della famiglia o di soldati caduti in quei luoghi. Tuttavia, «i risultati dell'indagine inducono a ritenere che qualcosa di anomalo accade realmente all'interno del castello, sebbene non si possa parlare di infestazione». «Sicuramente la struttura», a detta dei Ghost hunters romani, «è un luogo interessante dove sarebbe il caso di svolgere ulteriori ricerche». 

martedì 19 marzo 2013

I misteri di Minerva a Marano di Valpolicella




L'Arena
sabato 16 marzo 2013


MARANO. Brunella Bruno invitata dagli accademici francesi al College de France per rivelare i misteri del luogo

Parigi chiede tutti i segreti
del sacro Tempio di Minerva


C'è da scoprire chi furono i committenti del monumento Pochissimi i finanziamenti per proseguire nelle ricerche

Gli accademici francesi invitano il funzionario della Soprintendenza di Verona a parlare della scoperta.
Nemmeno il tempo di riprendere gli scavi che il Tempio di Minerva di Marano di Valpolicella approda a Parigi. Lo scorso 1 marzo, infatti, la dottoressa Brunella Bruno, funzionario della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto che ha diretto le indagini, ha tenuto un intervento proprio sul tempio recentemente rinvenuto sul Monte Castelon nell'ambito di un seminario sui santuari di età romana al College de France.
L'invito è arrivato direttamente dalla Francia. «Alcuni insigni accademici francesi, studiosi di santuari e riti religiosi di età classica avevano avuto modo di sentire le novità degli scavi di Marano in occasione di un convegno tenutosi a Trieste a febbraio 2012. Sono stati loro stessi a invitarmi a Parigi», spiega Bruno come è nata l'occasione di far conoscere il Tempio di Minerva in Francia. L'intervento ha avuto luogo al rinomato College de France, all'interno di un seminario dedicato ad alcuni tra i principali luoghi di culto recentemente venuti alla luce nel territorio italiano.
«Durante il mio intervento, ho ripercorso le vicende della scoperta del tempio e i dati principali degli ultimi scavi avvenuti nel 2010: la definizione completa della planimetria del tempio di Minerva di età imperiale; l'individuazione di un tempio precedente, di età tardo-repubblicana e l'individuazione di un rogo votivo dell'età del ferro». L'esperta ha esposto a Parigi anche come il tempio di Marano racconti, da alcuni particolari rivelatori, la sua reale importanza nel contesto storico-politico dell'epoca. La strana planimetria del tempio, di età imperiale, e l'uso dell'opera reticolata, la decorazione pittorica della fase di età tardo-repubblicana, appartenente al primo stile pompeiano, confermano infatti la presenza di un santuario di grande importanza con un forte significato politico per l'epoca.
La portata della scoperta del Tempio, precedentemente descritto negli scritti dell'erudito veronese Orti Manara nel 1836, è rilevante in quanto l'uso dell'opera reticolata in una delle murature del tempio, segnala la presenza di un edificio importante, legato probabilmente, come il teatro romano di Verona, ad una committenza imperiale (Augusto o entourage augusteo). Rimane però un quesito: «Chi sono stati i committenti di questa impresa architettonica che ha portato alla monumentalizzazione, tra fine II sec. a.C. e inizi I secolo a.C., di un santuario all'aperto dell'età del ferro?», dice l'esperta.
A breve riprenderanno gli scavi e questi quesiti potrebbero trovare risposta. «Ad aprile, con finanziamenti limitatissimi e centellinati, cercheremo di fare chiarezza su alcuni aspetti delle tre fasi santuariali che non sono stati adeguatamente chiariti. Il nostro obiettivo è quello di poter arrivare ad una pubblicazione, un resoconto, entro l'anno o nei primi mesi del 2014». Quali sono dunque le prospettive future? Le incognite riguardo al destino del tempio sono fortemente legate alle disponibilità economiche che consentiranno ulteriori scavi e la realizzazione di un ipotetico parco archeologico, come rivela Bruno: «Il santuario di Marano è in un contesto eccezionale che merita di essere indagato, studiato e valorizzato. L'amministrazione di Marano e la Soprintendenza hanno gettato le basi perchè in futuro possa essere creato un sito archeologico aperto a tutti. Le prospettive, purtroppo, nell'immediato futuro, non sono rosee per l'assoluta carenza di finanziamenti». Vedremo dunque quale sarà il futuro del tempio 



«A breve
riprendono
gli scavi»
  
«Fra qualche settimana, riprenderemo gli scavi per approfondire l'estensione dei manufatti pertinenziali al Tempio di Minerva che l'ultima campagna di scavi, avvenuta nel 2010, ha posto in evidenza, a nord. Quando riavvieremo gli scavi, l'intero complesso verrà messo in luce, anche per renderlo visibile e visitabile nel corso di un prossimo convegno che si terrà al Santuario di Santa Maria Valverde, a pochi passi dal Tempio, dove verranno presentati i risultati delle ricerche e del loro elevato valore scientifico». Questo l'annuncio del sindaco.
Si aprono, dunque, per il Tempio di Minerva, importanti prospettive di divulgazione che implicano un ulteriore e considerevole investimento.
«Per il nostro Comune, questa iniziativa è di grande importanza e dal 2007 non abbiamo mai smesso di investire e di promuovere il sito: l'investimento è stato rilevante, sia per l'acquisto dei terreni, che per le operazioni archeologiche di scavo, talora piuttosto complesse. Lo sforzo però è stato ripagato da un'innumerevole quantità di scoperte, sia in termini di reperti ritrovati, che di informazioni storiche e sull'estensione del manufatto, ben più ampia di quanto le fonti storiche disponibili lasciassero prevedere», conclude il sindaco Simone Venturini.A.C.


Ufo sul Garda tra le armi di Hitler?


L'Arena
martedì 19 marzo 2013 

INEDITO. Domani sera l'intervista di Marco Berry allo storico veronese

Pellicola del '38 sugli Ufo va in onda su «Mistero»

L'ha scoperta il regista Quattrina girando  un documentario sulle fabbriche d'armi nel Garda

Cerca materiale per fare un documentario storico e trova una bobina con su scritto Ufo. È successo al regista Mauro Vittorio Quattrina, esperto in ricerche sulle guerre mondiali, contattato dalla redazione di «Mistero» che ha fatto le riprese. La trasmissione, con l'intervista del conduttore Marco Berry a Quattrina, andrà in onda domani su Italia 1 in prima serata. 

«La redazione di Mistero mi ha contattato per il mio documentario Tunnel Factories dove racconto in video per la prima volta le fabbriche di armi tedesche nelle gallerie del lago di Garda, sponda occidentale, ma ancora di più della Galleria Caproni di Torbole, sulla sponda orientale, dove venivano costruiti pezzi dei devastanti razzi V2 e degli aerei a reazione me262 e me163», racconta il regista veronese. «È una storia nota solo a pochi storici che, grazie al documentario, ha preso una certa notorietà. Non solo, ma il ritrovamento di un filmato particolare, che ho scoperto nell'archivio del museo dell'areonautica Caproni di Trento, con la scritta Ufo 1938, lascia un bel mistero: la sua visione in anteprima sarà unica». Tutte le notizie riguardanti le armi segrete di Hitler costruite sul lago di Garda si possono trovare sul sito: http://mauroquattrina.jimdo.com/doc-tunnel-factories-le-armi-segrete-di-hitler-sul-lago-di-garda-e-in-italia/ .

Si tratta di una bobina in pellicola a 16 millimetri, contenuta in una scatola gialla con su scritto a pennino «Ufo pista Breda» e la data 1938. «Si è cominciato a parlare di Ufo negli anni '40», continua Quattrina, «basti pensare al carteggio raccolto da Mussolini o ai velivoli sperimentali costruiti dai tedeschi in quegli anni, che studiavano oggetti volanti caduti». Sviluppando la pellicola, che secondo il regista è «un originale inedito» si vede «una tipica ripresa dell'epoca, non di ottima qualità, che riporta le condizioni meteo, l'aereo che ha filmato e per 10 secondi, ripreso dall'alto, un disco bianco vicino ad un hangar». Cos'era? Un mezzo sperimentale? Un oggetto volante caduto? Era un'arma segreta di Hitler? Domande senza risposta, appunto un mistero. Mistero senza risposta anche per gli esperti del settore, venuti dal Centro italiano di Ufologia che hanno studiato la pellicola. «Chi ha scritto sulla scatola gialla il termine Ufo», conclude il regista Quattrina, «era in ogni caso una persona che teneva in ordine gli archivi militari. Guardando attentamente la pellicola, c'è una ripresa dentro l'aereo in volo, una carrellata veloce che subito si allontana. Poteva essere un'arma segreta, che non doveva essere ripresa? Forse».G.G. 

domenica 17 marzo 2013

Gabriele D'Annunzio, un mistero fin dalla nascita



Bresciaoggi
martedì 12 marzo 2013

IL PERSONAGGIO. Un primo segno quando la famiglia cambiò cognome

Nato «nel mese fecondo
che da Marte si noma»

Introdotto al mistero da una parente badessa

di Attilio Mazza



Gabriele d'Annunzio nacque 150 anni fa, alle ore 8 di giovedì 12 marzo 1863, «con tante grida nel mese fecondo / che da Marte si noma, / entrando il Sole nel segno / dell'Ariete duro cozzante, / mentre passavan sul nostro / tetto col volubile nembo / i pòllini di primavera», scrisse nelle Laudi. 
Vide la luce nella casa paterna di Pescara in via Manthoné, terzogenito di Luisa de Benedictis andata in sposa il 3 maggio 1858 in Ortona a don Francesco Paolo d'Annunzio; la madre aveva 25 anni, il padre 26 anni. La casa dei giovani e abbienti coniugi era già stata allietata da due eventi: la nascita di Anna (1859) e di Elvira (1861); a completare la famiglia saranno poi Ernestina (1865) e Antonio (1867).
Alla madre, donna riservata, di tradizioni familiari signorili - e alla quale fu assai legato - Gabriele, barando sul giorno di nascita, attribuì il grido profetico: «Figlio mio, sei nato di marzo e di venerdì; chi sa quante grandi cose tu dovrai fare nel mondo!». Tra i giorni della settimana il venerdì è quello che meglio entra nei calcoli cabalistici e superstiziosi; così il poeta scelse di nascere di venerdì.
Anche il padre, amante della bella vita e delle belle donne, signorotto di provincia dai folti mustacchi e dal pizzetto curato, presentì in qualche modo che quel figlio era destinato a un grande futuro; e per festeggiarne la nascita si racconta abbia aperto la casa agli amici offrendo da bere a tutti, vuotando non poche damigiane di vino.
«Nomina sunt omina», dicevano i latini: i nomi sono presagi. Il primo «segno» si ebbe quando non era ancora nato. «Si sarebbe potuto cognominare Rapagnetta, come suo padre Francesco Paolo, come suo nonno Camillo; se non che il padre, adottato da uno zio per parte di madre, ne eredita i beni e il cognome: d'Annunzio. Il quale avrebbe dovuto, tuttavia appaiarsi con Rapagnetta, facendo il cognome Rapagnetta-d'Annunzio; ma non si conosce un solo documento, né di ufficio privato, in cui Francesco Paolo d'Annunzio figuri a un tempo Rapagnetta», scrisse Donatello d'Orazio. E solo il cognome d'Annunzio compare sul certificato di nascita di Gabriele. Giustamente osservò ancora d'Orazio: «Chi riesce a immaginare Laus vitae, poniamo, firmato anziché d'Annunzio, Rapagnetta?».

RITI SUPERSTIZIOSI. A una «fattura» fattagli dal nonno paterno, o meglio dalla consuetudine abruzzese di mettere nelle fasce del neonato monete d'argento (quattrocento), il poeta fece risalire la propria irrefrenabile prodigalità, scrisse al proprio editore Emilio Treves: «Ma lo sai che ero appena nato e mi corazzarono con quattrocento piastre d'argento? Come puoi dire che io non sappia il valore del danaro, se me lo misero tra le pieghe stesse delle fasce?» E sublimerà la propria travolgente prodigalità col motto «Io ho quel che ho donato» che volle inciso anche sul frontone triangolare della fontana al centro dei due principali portali d'ingresso del Vittoriale.
Una «fattura» di altro genere gli fece la nonna paterna donandogli un paio d'orecchini di brillanti: l'antica e gentile tradizione d'Abruzzo consente, infatti, di regalare ornamenti femminili al primo maschio di una coppia giovane, come auspicio e legame di felicità fino al giorno del matrimonio, quando cioè sceglierà la sposa e a lei offrirà quel dono. 
Chi crede nelle «fatture» potrebbe spiegare con questo episodio la componente femminea del carattere di d'Annunzio, da cui discenderebbero l'eterna malinconia, una certa passività, addirittura il suo inesauribile desiderio della donna: «se ne invoglia fino a quando non incontra in essa ciò che egli stesso possiede». Del resto, tra i numerosi pseudonimi, non disdegnò quello di Mimosa; alcuni biografi hanno anche rilevato la sua ambigua amicizia con celebri gay, come lo scrittore conte Robert de Montesquiou-Fezesensac a Parigi e alcuni fedelissimi a Fiume.

SAN GABRIELE. Ferruccio Ulivi ipotizza che sia stata la madre a pensare al nome nel ricordo del santuario di San Gabriele sulle pendici del Gran Sasso. «Ma dové intervenire anche l'assonanza che veniva a sigillare il cognome acquisito appena da una generazione: d'Annunzio». Già dai casati della madre, de Benedictis, e da quello del padre, D'Annunzio, si possono leggere i segni del destino; e al suo nome darà alte interpretazioni, creando giochi di parole: «Se io porto il nome dell'Arcangelo, ho nella mia mente il suggello sovrano dell'Arcangelo. Platone direbbe di me che sono una natura regale». Gli piacque ritenere la madre imparentata con Jacopo de Benedictis (o de' Benedetti), il grande poeta francescano Jacopone da Todi; tra i suoi avi ricordò anche, in una lettera, un antico tipografo: «Ho ritrovato un documento che dimostra come mia madre discenda da uno dei più insigni stampatori del primo rinascimento : Plato de Benedictis».
Tra le prime forti impressioni che gli rimasero impresse vi fu quella della casa materna di Ortona, vastissima «di architettura massiccia, tra il monastero e il fortilizio, tutta atrii anditi vestivoli cortili adornati di logge giardinetti murati corridoi lunghi a spartitura di stanze quasi celle». 
A Ortona, badessa del convento era una congiunta della madre, una Onofrii la cui famiglia ebbe in feudo Paganica. Il poeta raccontò l'introduzione ai misteri del destino che si leggono sulla mano avuta a nove anni dalla priora: «Dal parlatorio comune ella mi ammise nell'intimo della vita monastica: in privilegio di nepote. mi accoglieva talvolta nel segreto della cella quando s'adoperava a sapere le cose occulte e le venture con le sue arti divinatorie, se bene la divinazione sia stata sempre condannata dalla Chiesa mi prese le mani, me le voltò; e si mise ad esaminare i segni nell'una e nell'altra palma, mentre su le sue labbra vedevo disegnarsi parole non proferite. aguzzava ed eludeva la mia smania di sapere». Onufria lesse il destino di Gabriele inciso sulle mani e, raccontò in un libro, alla sua incredulità esclamò: «non dubitante ma ignorante sei. l'ignoranza nega il mistero perché non sa discernere i gradi del lume. tu sei mistero a te stesso, o figlio. qui, in questo tuo dittico vivente, son rivelati con brevi segni i segreti del tuo cuore e in bene e in male». 
E fu quella l'introduzione al mistero che dì Annunzio indagò nella vita e nell'arte. 

lunedì 11 marzo 2013

Il Badalisc al raduno delle maschere antropologiche


Bresciaoggi
venerdì 08 marzo 2013

CEVO. Andrista ha allargato gli orizzonti

Mostri etnografici
Una trasferta a Sud 
per il «Badalisc»

La maschera è finita in Basilicata

Tricarico è una cittadina della Basilicata legata alla «Federazione europea città del Carnevale», ma l'«evento mascherato» che ha ospitato nei giorni scorsi aveva poco del profano e molto del colto. E c'era anche un «mostro» della Valcamonica al secondo «Raduno delle maschere antropologiche» organizzato dalla Pro loco; un evento che ha visto partecipanti da mezza Italia. 
A rappresentare la Lombardia c'era il «Badalisc», la maschera mostruosa di Andrista di Cevo che ogni vigilia dell'Epifania viene «catturata» al termine di una caccia rituale e costretta a svelare agli abitanti del paese tutti i segreti e i gossip di cui è venuta a conoscenza nell'anno appena trascorso.
Ad «accudire l'animale» nel suo primo viaggio al di fuori della provincia di Brescia e ad arricchire il contenuto culturale della manifestazione c'erano Luca Giarelli e Marta Ghirardelli dell'associazione «LOntànoVerde», chiamati in Basilicata anche con lo scopo di presentare il volume da loro curato e intitolato «Carnevali e folclore delle Alpi. Riti, suoni e tradizioni popolari delle vallate europee». Il testo sarà nuovamente presentato a Malegno il 22 marzo.  

lunedì 4 marzo 2013

Tradizioni propizie per la primavera nel bresciano


Bresciaoggi
venerdì 01 marzo 2013
Lettere


In molti paesi bresciani la tradizione di propiziare l´arrivo della primavera ai primi di marzo

In molti paesi bresciani la tradizione di propiziare l´arrivo della primavera ai primi di marzo è ancora viva, soprattutto come memoria di altri tempi. Il "Tratto marzo" si svolgeva non solo nelle località ricordate ieri, ma anche a Leno, Mazzano, Valvestino, Vico di Capovalle. Inoltre le particolari consuetudini sono assai vive in altri paesi e meritano d´essere ricordate.
A Malonno era consuetudine entrare l´ultima sera di febbraio nelle stalle al grido "A´n dà fò fevru e nòm dà diter marsù", esce febbraio ed entra marzo: veniva così dichiarata la fine dell´inverno e augurata una buona primavera.
A Montichiari, all´inizio di marzo, se il cielo era limpido, due gruppi di uomini, appartenenti a due borgate diverse, si recavano all´imbrunire uno sul Colle San Pancrazio e l´altro sul Colle Santa Margherita per annunciare il nome delle ragazze da marito e di chi le voleva sposare. A Piazza di Corteno Golgi cori alternati dialogavano cantando canzoni amorose.
A Polpenazze si tramandano le "Ciocche di marzo", matrimoni impossibili pure annunciati dall´alto della collina. Gruppi di giovani, da due diverse località elevate sopra il borgo, si divertivano a tarda ora a preconizzare i futuri matrimoni burleschi e strampalati, accompagnando le urla con suoni prolungati di corni.
A Prevalle, sino ad alcuni lustri orsono, era in uso "Nà a ciamà sö l´erba", corteo che inscenava matrimoni burleschi tra le donne nubili e gli scapoli. Tale rituale era anche detto "Na´ a marida´ le pöte e i pöcc" oppure "Na´ a cioca´ le tole".
A Saviore dell´Adamello lo "Stratto di marzo" era occasione di giochi e di canzonature.
A Tignale, nelle ore serali dell´ultimo giorno di febbraio, il rito degli accoppiamenti del "Trato marso" veniva annunciato da uno squillo prolungato di corno subito seguito da altri provenienti da diverse direzioni.
A Tremosine due burloni, accompagnati dagli amici, raggiungevano due colli opposti e con grandi imbuti cominciavano a dialogare annunciando sempre accoppiamenti strampalati.

mercoledì 27 febbraio 2013

Il pittore della leggenda del Palazzon di Sorgà


L'Arena
mercoledì 27 febbraio 2013


SORGÀ. Olirco Bozzini si è diviso per anni tra la sua officina e i pennelli 

Meccanico di giorno
e pittore naif di notte

In uno dei quadri premiati in importanti concorsi ha raffigurato anche la leggenda del «Palazzon»

Una vita intera da meccanico ma con una grande passione: la pittura. Olirco Bozzini, classe 1948, pensionato, non ha mai frequentato accademie o scuole d'arte ma si è lasciato guidare dalla passione per la pittura semplice, meglio conosciuta come naif, che è diventata famosa con l'altrettanto celebre Antonio Ligabue, precursore italiano di questa tecnica pittorica. Nelle scorse settimane, il nostro meccanico-pittore è balzato agli onori della cronaca quando una troupe televisiva ha girato un documentario sulla leggenda che circonda il «Palazzon del diàlo». 

Infatti, attorno alla storia sul diavolo che avrebbe abitato l'antico palazzo, Olirco ha illustrato in un suo dipinto una delle tante versioni popolari che circolano in paese. Il dipinto, regalato ad un amico, lo realizzò nel 1982 e, in quello stesso anno, fu premiato ad un concorso nazionale che si tenne ad Arona, sul Lago Maggiore. «Ho cominciato da ragazzo a fare il meccanico con mio padre», racconta Olirco, che abita in centro a Sorgà, proprio sopra la sua officina. «Di giorno aggiustavo auto e motori mentre di sera, dopo cena, magari anche fino all'una, mi ritiravo in una stanza a dipingere». Olirco ricorda che il suo primo dipinto è stato il ritratto della nipote Livia, nei primi anni Settanta. 

«Dipingevo di notte per rilassarmi ma anche perché era il momento della giornata in cui c'era il massimo silenzio e riuscivo a concentrarmi. Non si deve dimenticare che il pittore naif lavora parecchio di fantasia. Ero un autodidatta ma mi aiutò molto un caro amico, Roberto Paparini, che aveva frequentato la scuola d'arte a Mantova. Mi insegnò le tecniche della pittura che poi negli anni ho affinato». I soggetti ritratti in un centinaio di quadri sono di fantasia ma riprendono anche la vita del paese: dai bozzetti per i presepi viventi alle feste sull'aia. I quadri prodotti in 40 anni, tranne quei pochi appesi alle pareti di casa, li ha regalati. Negli anni '70, il periodo di maggior produzione, Bozzini ha partecipato a diversi concorsi e mostre, non solo in Italia, a Venezia, Como, Ciano d'Enza, Genova, ma anche a Parigi insieme a famosi pittori naif come Gino Covili, Antonio Donati, Brenno Benatti. «Nel 1975», ricorda Olirco «alla mostra dedicata ai pittori naif italiani di Genova, tra le 200 opere esposte ne furono scelte 40 da inviare al Salone delle Nazioni a Parigi: tra queste c'era anche un mio dipinto».  

lunedì 25 febbraio 2013

Gli amuleti di D'Annunzio al Vittoriale, torna il Ponte delle corna


Delle superstizioni di D'Annunzio e delle curiosità al riguardo presenti nel Vittoriale parlo anche nel mio libro, "Leggende, curiosità e misteri del lago di Garda"





L'Arena
giovedì 21 febbraio 2013

GARDONE. È stato ripristinato nel parco della villa sul lago un luogo di rituali scaramantici

Al Vittoriale torna il Ponte delle corna

«Io che ne ho messe tante ho in dono tante corna» scherzava il poeta. Faceva passar di lì i menagramo


Il Vittoriale, la villa con parco a Gardone, sulla riva bresciana del Garda, riaprirà ai visitatori dal 12 marzo anche il Ponte degli scongiuri sulla Valletta dell'Acqua pazza (già Valletta del Riotorto): vi si accederà dal Frutteto, risalendo dal Laghetto delle danze sino al Ponte delle teste di ferro; nessun annuncio, invece, sulla Torre San Marco, darsena di d'Annunzio e luogo fra i più suggestivi del Garda.
Il Vittoriale rigurgita di amuleti: corna contro la iettatura (sulla porta del Casseretto) e altri simboli, a cominciare dal diavolesco mostro, cornuto e linguacciuto, chiuso nella nicchia del tabernacolo sulla facciata della Prioria, purtroppo rubato. E come se ciò non bastasse, volle innumerevoli scritte propiziatrici a protezione della dimora. Il Ponte degli scongiuri aveva appunto funzione scaramantica. Gabriele d'Annunzio ne fece cenno nel 1925 al falegname Giacomino Scarpetta di Gardone, uno dei molti artigiani chiamati a lavorare nella «santa fabbrica»: «Mio caro Giacomo, ho in dono – per il mio Ponte degli Scongiuri – tante belle corna, io che ne ho messe tante! O ironia!» 
Il ponte finì in cartoline, come qualla che pubblichiamo e così lo descrisse Raffaello Biordi: «Al Vittoriale sopra un piccolo corso d'acqua volle il ponticello degli scongiuri, ornato di corna di cervo, di alce e di speroni di gallo: chi vi passava sopra era tenuto a pagare il pedaggio perché solo così si determinava l'aura magica propizia; ma egli vi faceva passare, a ogni buon conto, tutti quelli che riteneva menagramo e la cui nefasta influenza fosse necessario neutralizzare». Gettando una moneta in una fenditura del terreno il poeta affermava che la fortuna e ogni desiderio, pensati nell'attimo dell'offerta, sarebbero stati realizzati. 
Altro manufatto curioso della Valletta dell'Acqua pazza è il Ponte delle teste di ferro, segnalato dalla prima guida del Vittoriale del 1927, costruito in pietra bianca di Verona, con parapetti e sedili; sui pilastri una decina di grandi proiettili d'artiglieria donati al poeta dal Duca della Vittoria della Grande Guerra, il maresciallo Armando Diaz; fu ricostruito negli anni Novanta. Destava curiosità anche il Ponte delle lepri distrutto e non più ripristinato. Era stato costruito in legno, ornato da quattro lepri scolpite, sempre nel legno. La credenza popolare vuole che la lepre, poiché corre veloce, sia figlia del diavolo. Per altri, invece, sia animale guida nel mondo del mistero.A.M. 

La leggenda della Lessinia e del Baldo sposi


L'Arena
sabato 09 febbraio 2013


dall'articolo: "La Lessinia e il Baldo oggi sposi"


La Lessinia e il Baldo. Lei, la montagna: femminile, sinuosa, dolce, distesa. Lui, il monte: maschile, imponente, frastagliato, slanciato. Si guardano, di qua e di là della valle dell'Adige. La bella ragazza dei prati distesi e il gagliardo giovane dagli occhi azzurri del Garda sono innamorati, da sempre, ma non si possono toccare. La leggenda dice che fossero stati, un tempo, felici insieme, principe Montebaldo e principessa Lessinia. Felici come nessun altro nel regno delle Alpi, con le loro tre figlie: Valpolicella, Valpantena e Valdillasi. Furono le altre principesse del regno, invidiose di tanta felicità, a dividere i due innamorati, separandoli con una valle profonda. Cosicché Lessinia sporge invano sopra la valle la mano del Corno d'Aquilio, per tentare di accarezzare il suo amore, e Montebaldo, ogni sera, quando il sole si è spento dietro le sue creste, le intona una struggente serenata. 
Così racconta Alessandro Anderloni, cantastorie della Lessinia.

Cacciatori di fantasmi al castello di Bevilacqua


L'Arena
venerdì 22 febbraio 2013


BEVILACQUA. Dopo il Palazzon del diaolo, un altro gruppo di esperti verificherà se vi siano « anime» nel maniero 

I «ghost hunters» al castello
alla ricerca della bella Felicita

Anche questo team, come quello che esplorò le segrete della villa di Sorgà userà speciali strumenti di rilevazione e resterà in contatto chat con chiunque lo voglia


Lo hanno confermato i proprietari, lo hanno assicurato i sensitivi ed alcuni ospiti hanno dichiarato di averle addirittura viste.
All'interno delle mura del Castello di Bevilacqua vivrebbero numerose «anime» e, ogni tanto, si divertirebbero pure a fare qualche dispetto come spegnere e riaccendere le luci, camminare nelle stanze vuote oppure aprire le finestre dei balconi in piena notte. Nessuno, però, è mai riuscito a dare una prova tangibile della loro esistenza.
Questo mistero avrà presto fine perché domani, dalle 22, all'interno del Castello si svolgerà il sopralluogo del Gruppo investigativo attività paranormali di Roma. I Ghost hunters (letteralmente «cacciatori di fantasmi», com'è chiamato chi si occupa di questo tipo di indagini) cercheranno le eventuali anomalie del luogo dando, innanzitutto, una spiegazione logica agli eventi e, nel caso questa non venga trovata, documenteranno gli accadimenti nel modo più chiaro possibile per poi analizzare il materiale raccolto.
Attivo dal 2011, il gruppo di Roma ha svolto numerose indagini in tutta Italia, sia in castelli ed edifici storici che in abitazioni private e fa parte dell'associazione italiana Ghost Hunting, che riunisce i team nazionali più seri ed attivi di Ghost hunters.
«La maggior parte del tempo, un ghost hunter lo impiega nella ricerca di luoghi interessanti nei quali poter svolgere le indagini», spiega Gian Paolo Peroni, fondatore del gruppo. «Monitoriamo, regione per regione, i luoghi menzionati in storie e leggende locali, seguendo anche le segnalazioni che ci giungono sul nostro sito. Nel caso di Bevilacqua abbiamo letto delle leggende riguardanti la contessa Felicita e dello spirito inquieto di Alessandro Bevilacqua».
L'attrezzatura utilizzata per l'indagine sarà tecnologicamente all'avanguardia.
«Ci avvarremo di telecamere ad infrarossi e ad ultravioletti, fisse e mobili, per riuscire a monitorare gli ambienti del castello con un campo visivo maggiore rispetto all'occhio umano. Verrà utilizzata una termocamera di ultima generazione per effettuare riprese e fotografie termiche che esalteranno eventuali fonti di calore difficilmente percepibili. Inoltre, verranno utilizzati sensori di movimento, rilevatori di campi elettromagnetici, misuratori di vibrazioni, registratori digitali e rilevatori di ultrasuoni», ha proseguito Peroni.
L'approccio utilizzato nel ghost hunting è quello di instaurare un vero e proprio dialogo con le eventuali entità. «Non esiste un manuale di istruzioni da seguire alla lettera, non c'è un approccio giusto o sbagliato. Noi cerchiamo di approcciarci alle eventuali entità, analizzando i loro comportamenti tenuti nella vita terrena, come il carattere, i modi di fare e i modi di rapportarsi agli altri, rispettando comunque un mondo che a noi ad oggi è ancora poco conosciuto».
L'indagine non sarà aperta al pubblico, ma sarà possibile assistere online sul sito www.giaproma.it alla voce «giap live» dove, attraverso la chat, si potrà anche interagire con i ghost hunter esprimendo le proprie opinioni, domande, consigli e anche critiche. La chat sarà monitorata in tempo reale da una persona del gruppo, che comunicherà le segnalazioni agli altri membri. 


sabato 2 febbraio 2013

Dopo 1.650 anni svelato il volto di San Zeno


L'Arena
venerdì 01 febbraio 2013

SCOPERTE. Presentati i risultati dell'analisi eseguita dal laboratorio di medicina legale dell'ateneo scaligero sui resti del patrono. Ricostruita al computer la fisionomia 

Dopo 1.650 anni svelato il volto di San Zeno

Il «Vescovo moro» aveva davvero la pelle scura. Le caratteristiche somatiche sono quelle della popolazione nordafricana, e avallano la provenienza dal Maghreb



Il «Vescovo moro» era «moro» per davvero. La scienza conferma la verità della fede, in un incontro emozionante e coraggioso che ha consentito non soltanto di procedere alla ricostruzione storica, ma di scoprire dettagli inediti e perfino, avvalendosi delle più sofisticate tecnologie, di dare un volto al patrono di Verona. Sono stati infatti presentati ieri mattina in Vescovado gli esiti scientifici della ricognizione del corpo di San Zeno, decisa ancora nei mesi estivi per la ricorrenza dei 1.650 anni dall'elevazione a vescovo della nostra città. E tutte le analisi realizzate coincidono nel confermare che quei resti appartengono ad un uomo dalla pelle scura (risolvendo secoli di controversie), vissuto nel IV secolo, cioè all'epoca di San Zeno, offrendo molte indicazioni sulle sue caratteristiche fisiche. 
«Quando abbiamo deciso di procedere a questo lavoro non sapevamo quali risultati avremmo raggiunto», ha spiegato il vescovo Giuseppe Zenti, intervenuto alla presentazione dei risultati con l'abate di San Zeno monsignor Gianni Ballarini. A spiegare il lavoro compiuto Franco Alberton, medico legale, il professor Fiorenzo Facchini, professore emerito alla scuola di specializzazione in Archeologia dell'Università di Bologna, il professor Franco Tagliaro, direttore di Medicina legale dell'Università di Verona, con i colleghi Domenico di Leo e Stefania Turrina. «Erano possibili anche esiti non previsti», ha aggiunto monsignor Zenti. «Ma sono convinto che sia giusto approdare alla verità della realtà grazie ai progressi della scienza. Anche se lo scheletro analizzato non fosse stato identificabile con San Zeno, il culto sarebbe rimasto inalterato, potevamo anche imbatterci in un falso storico».
Ma tutto lascia intendere, per lo meno fino all'esito attuale delle analisi, che potranno essere ulteriormente approfondite, che quello è davvero lo scheletro di San Zeno. Lo confermano le analisi medico legali e tossicologico forensi eseguite a Verona: come ha spiegato Tagliaro, «nelle ossa di San Zeno si rileva una presenza molto più alta del normale di piombo e mercurio, dato presente anche nell'analisi dei resti di Cangrande. Il piombo si spiega con il fatto che di tale elementi erano fatti gli utensili da cucina, il mercurio era usato come antibatterico, forse assunto come curativo».
Ma il momento più affascinante è stato sicuramente quello della ricostruzione facciale. «Attraverso un programma particolare, abbiamo ricostruito al computer il volto del santo», ha spiegato ancora Tagliaro. «Si tratta di eseguire una tac del cranio, quindi, mediante modelli informatici, viene realizzato un manufatto che corrisponde alla struttura del cranio e su questo il programma disegna la tipologia facciale che meglio si adatta».
Una tecnica investigativa tipicamente forense, di quelle che in genere si impiagano per una complessa scena del crimine, questa volta usata per scoprire verità lontane. 
Altro dato essenziale ricavato, la provenienza geografica. «Il dna estratto dal frammento femorale di San Zeno», ha detto De Leo, «ha fornito un profilo che conferma che si tratta di spoglie di un soggetto di sesso maschile e ne colloca l'origine di provenienza nell'area mediterranea-nord africana, ipotesi che risulta dunque del tutto compatibile con l'origine mauritana di San Zeno, la zona attualmente costituita da Tunisia e Algeria».
«Da rilevare anche che la reliquia mostra uno stato di conservazione davvero eccezionale», ha concluso Alberton. «Questo potrebbe significare una speciale attenzione devozionale nei secoli, che avrebbe permesso questa straordinaria qualità dei resti: dunque, una conferma in più che si trattava di una personalità importante, oggetto di venerazione».  




LO STUDIO COMPARATO. L'indagine dell'Università di Bologna coincide con quella scaligera

Il metodo del radiocarbonio conferma: visse nel IV secolo

L'archeologo Facchini: «I resti ci dicono che era alto 165-167 centimetri e morì tra i 50 e i 60 anni»

Oltre all'Istituto di Medicina legale del nostro ateneo, anche il laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense dell'Università di Bologna ha realizzato una serie di analisi, avvalendosi pure della collaborazione di altri istituti, che coincidono nei risultati. 
«Per quanto riguarda la datazione», ha spiegato il professor Facchini, «i reperti sono stati datati dal centro di datazione e diagnostica dell'Univesità del Salento mediante la determinazione del radiocarbonio con il metodo dell'acceleratore: ne è risultato che i reperti sono compatibili con i dati storici relativi a San Zeno, vissuto nel IV secolo e morto dopo il 372».
In merito all'identificazione antropologica, ha proseguito Facchini, «i reperti risultano in ottimo stato di conservazione: si riferiscono ad uno stesso individuo di sesso maschile. La stima dell'età della morte, determinata dal grado di sinostosi delle suture craniche, da alcuni caratteri del bacino, da numerosi segni di artrosi, suggerisce un'età superiore ai 50 anni: diciamo tra 50 e 60 anni. La forma del cranio è ovoide corto, la faccia, le orbite e il naso sono alti. Assai marcate le arcate sopraorbitarie, il che conferma un'origine dall'Africa settentrionale. La statura, stimata dalla lunghezza degli arti con diversi metodi, doveva essere di 165-167 centimetri, che può considerarsi una statura media. Dal punto di vista antropologico, il soggetto può considerarsi di tipo mediterraneo europoide, largamente diffuso in epoca romana nelle regioni che si affacciavano sul Mediterraneo, compresa l'Africa settentrionale».
Altri dati arrivano dall'esame del dna eseguito nel laboratorio di antropologia molecolare di Firenze. «Questi hanno messo in evidenza», spiega ancora Facchini, «l'alleale G ancestrale responsabile della pigmentazione scura della pelle: la presenza di questo alleale in un soggetto che non ha però caratteristiche morfologiche negroidi, ma è riconducibile al tipo mediterraneo, indice a supporre qualche mescolanza nei suoi antenati con il ceppo melanodermo, caratteristico delle popolazioni subsahariane. Questa caratteristica si accorderebbe proprio con quanto la tradizione riferisce circa il colore scuro della pelle di San Zeno». A.G. 



LA VITA. È stato l'ottavo presule. Molti sono i miracoli a lui attribuiti

Protettore dei pescatori,
domò le acque dell'Adige


Zeno, o Zenone fu l'ottavo vescovo di Verona. La maggior parte della sua vita è avvolta nella leggenda, ma pare fosse originario della Mauretania, e per questo vi si fa riferimento come a «il Vescovo Moro». Fu vescovo di Verona dal 362 al 371 o 372 o 380, anno della sua morte.
Secondo le fonti agiografiche visse in austerità e semplicità, tanto che pescava egli stesso nell'Adige il pesce per il proprio pasto. Per questo è considerato protettore dei pescatori d'acqua dolce. Era comunque persona colta ed erudita, formatosi alla scuola di retorica africana, i cui maggiori esponenti furono Apuleio di Madaura, Tertulliano, Cipriano e Lattanzio. Sono giunti fino a noi numerosi suoi sermoni, di cui 16 lunghi e 77 brevi, che testimoniano come, nella sua opera di evangelizzazione, si confrontò con il paganesimo ancora diffuso e si applicò per confutare l'arianesimo. 
I miracoli che le leggende devozionali raccontano sono parecchi. La leggenda più straordinaria è però riferita da papa Gregorio I (Gregorio Magno) e narra di un improvviso straripamento delle acque dell'Adige che sommerse tutta la città fino ai tetti delle chiese, al tempo del re Longobardo Autari. Le acque arrivarono alla cattedrale dove il re aveva appena sposata la bella principessa Teodolinda, precisa il monaco Coronato, ma si sarebbe arrestata improvvisamente, in sospensione, sulla porta, tanto da poter essere bevuta, ma senza invadere l'interno. Ciò avrebbe determinato la salvezza dei veronesi, che, pur non potendo uscire, poterono resistere finché la piena non calò. 
La sua festa è fissata nel martirologio al 12 aprile, ma la diocesi di Verona lo celebra il 21 maggio, giorno della traslazione del corpo fatta dai santi Benigno e Caro dalla temporanea sepoltura nella Cattedrale alla zona dell'attuale Basilica, il 21 maggio 807.  




La Candelora nella Valle dell'Oglio

Voce di Mantova
1 febbraio 2013



lunedì 28 gennaio 2013

Al Palazzon del diavolo un neonato sepolto


L'Arena
venerdì 25 gennaio 2013



SORGÀ. Emergono altri particolari sulle «presenze» all'interno della villa, di recente studiata da un gruppo di esperti

«C'è un bambino appena nato
sepolto al Palazzon del diaolo»



Onelia Foroni Recchia, sensitiva di Verona, visse dai 13 ai 18 anni nell'edificio e da subito avvertì «il dolore degli spiriti rimasti lì»

Se fosse un'indagine poliziesca, si direbbe che cominciano ad emergere sempre più particolari sul mistero delle presenze al «Palazzon del diaolo» di Sorgà. In realtà, a mano a mano che se ne parla, spuntano testimoni che per tempo si sono tenuti per sé i segreti scoperti nella villa perché, si sa, di queste cose - di persone morte che «vivono» in una casa - non solo non è facile parlarne, ma lo scetticismo mette in difficoltà gli stessi che hanno vissuto queste esperienze «paranormali». Il loro non è un mestiere, ma una capacità di captare e sentire che qualcuno possiede ed altri no.
La signora Onelia Foroni Recchia è una deliziosa e sorridente signora di 86 anni che «vede» le anime fin da quando era piccolissima. E, ancora oggi, è in contatto con esse, anzi, sono loro che la chiamano, dice. «Non evoco i defunti», precisa, «sono loro a presentarsi a me». In comune con altri sensitivi, anche le visioni della signora Foroni sono iniziate nell'infanzia e non l'hanno spaventata affatto. Da piccola giocava con i «bambini che arrivavano attraverso i muri», racconta, «poi mia nonna, anche lei medium, mi chiamava per la cena e mi diceva che era ora che li mandassi via e andassi a tavola». 
Poi di anni ne sono passati, ma non è mai passato, in lei, il suo straordinario senso percettivo.
Dai 13 ai 18 anni, Onelia Foroni dovette scappare dalla sua casa di Verona perché la città era assiedata dalle bombe della seconda guerra mondiale; si rifugiò nelle pertinenze della villa dei conti Murari-Bra, dove lo zio lavorava come fattore. «Avevano ampissimi possedimenti», racconta la signora, «e già allora c'era la diceria che il palazzon fosse abitato da spiriti. Un giorno sentii una fortissima negatività pervadermi: era dolore, e proveniva dal palazzo. Non vi entrai, però: allora la mia unica preoccupazione era partire prestissimo la mattina in bicicletta per andare a lavorare a Verona, come sarta, e tornare la sera».
Finché un giorno, inaspettatamente avvenne una rivelazione sul luogo dove era vissuta durante l'adolescenza: «Successe durante una seduta: un'entità mi disse che sapeva che avevo abitato accanto al palazzon del diaolo dai 13 ai 18 anni, e che lì dentro era stato sepolto un bambino appena nato. Quella villa è piena di presenze e stanno male, ecco perché sentii tutto quel dolore provenire da essa, perché queste anime non si rendono conto di essere morte, sono bloccate dentro se stesse, non hanno preso coscienza di sé e non si sono sciolti i sette corpi astrali che hanno ricevuto al momento della nascita di ognuno di noi. Quando si muore», spiega la sensitiva, «si perdono via via i sette corpi, senza sofferenza, ma se il decesso è violento, improvviso, questo processo può non avvenire o avvenire con molta lentezza, durare decenni. C'è da sperare, ma dubito, che quel neonato fosse già morto quando venne sepolto nel palazzo. Di certo è lì da almeno 100 anni. A mio parere, e per quello che ne so io, togliere la vita a un bambino è uno dei delitti più efferati e non solo per come lo percepiamo oggi in senso morale, ma perché prima che ognuno di noi nasca, gli «enteli», entità dell'altro mondo, preparano con cura la discesa dell'anima sulla terra e mostrano come sarà tutta la sua vita».
«Per esempio», prosegue per spiegare meglio una materia non così facile da accettare razionalmente, «se dei ragazzi muoiono in incidenti stradali, quasi sempre succede che loro non si accorgono di essere morti e credono di sognare, pensano di essere vivi: per questo certe presenze si comportano esattamente come quando erano in questo mondo».
Ma, al «palazzon» c'è il diavolo, come tramanda la leggenda? «No, non c'è il diavolo. Nell'aldilà c'è solo amore. Me lo dicono tutti, per primo mio marito, che mi sta sempre accanto dal giorno in cui morì. Mi ha parlato a lungo, dopo il suo funerale, e anche mio figlio, che morì a 21 anni in un incidente di moto».
A parlare con Onelia, la paura delle paure o, almeno, la più diffusa tra gli esseri umani - quella della morte - si dilegua. Secondo la sensitiva ci aspetta non solo un posto «pieno di amore ma anche un ritorno in terra, sotto altro aspetto o anche sesso. Ma questo non avviene subito, può capitare anche dopo decenni».
Di pre-visioni, la signora Onelia ne ha avute parecchie, insieme ai contatti con l'aldilà - uno fra tutti, con Dante Alighieri che a lungo le spiega quanto fosse innamorato di Beatrice ma, sposato, non osò mai toccarla - come quella dell'appartizione della sua casa, fin nei minimi particolari, e prima che fosse costruita.