lunedì 26 dicembre 2011

Perché il 17 fa paura?

Nel 2012 ci saranno ben due venerdì 17 (S.C.)





http://www3.lastampa.it/domande-risposte/articolo/lstp/380369/


Perché il 17 fa paura?

Il gatto nero è considerato portatore di sfortuna come il numero 17
A CURA DI ELENA LISA

Oggi è venerdì 17, una data nefasta per gli scaramantici, perché?
Non per tutti gli scaramantici, soprattutto per gli italiani. Nel mondo, infatti, il numero «sfortunato» è il 13. La ragione per cui nel nostro paese il 17 è giudicato «negativo» sta in una sorta di rebus. Il 17 in cifre romane si scrive XVII. Anagrammato diventa VIXI che in lettere latine significa «vissi». La scritta era incisa sulle tombe dei defunti dell’antica Roma, come dire: «ho vissuto e adesso non ci sono più, sono morto». Ma a tener viva la credenza c’è anche l’antico Testamento che fissa l’inizio del diluvio universale il 17 febbraio.

E perché ad essere impregnato di «negatività» è proprio il venerdì?
La tradizione ha più origini: c’è quella cristiana secondo cui Gesù è morto crocifisso di venerdì e quella musulmana che giudica il giorno infausto perché Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito quel giorno.

La tradizione consiglia di non sposarsi di venerdì. Qual è il motivo? Secondo la Cabala, il venerdì è il giorno in cui vennero creati gli spiriti maligni. Solo in Norvegia il venerdì è un giorno nel quale vengono celebrati molti matrimoni, giudicato fortunato per via della «protezione» della dea dell’amore e della bellezza, Venere. Per quanto riguarda gli altri giorni della settimana, il lunedì e il mercoledì sono considerati di buon auspicio per la salute e la fortuna, il giovedì recherebbe dispiaceri alla sposa, mentre il sabato, anche se è il giorno più scelto per la cerimonia, sarebbe un giorno «negativo».

L’antipatia per il venerdì è legata alla religione?
In un certo modo, sì. C’è chi ritiene sia nata proprio per volere dei primi sacerdoti cristiani che vollero «sconfessare» abitudini e tradizioni pagane. Il venerdì, infatti, era il giorno della settimana preferito da celti, greci, egizi, slavi e anche romani. Nel paganesimo il venerdì era considerato «fortunato», un giorno da onorare, «amico» perché spartiacque tra lavoro e riposo. Come molti altri miti e leggende, anche questa credenza pare sia nata per contrapposizione al paganesimo: un modo per contestare e rinnegare ciò che veniva prima del Cristianesimo. Non è superfluo ricordare però che il primo a battersi contro credenze popolari e superstizioni fu proprio Gesù Cristo.

Perché nei paesi anglosassoni il grande iettatore è il numero 13?
Filippo il Bello re di Francia ordinò di uccidere tutti i Templari, per cancellare il debito dello Stato contratto con l’ordine cavalleresco, nel 1307 di venerdì 13. Non è un caso che questa data si leghi ai monaci guerrieri che da secoli rappresentano uno dei miti più forti e inossidabili e alimentano teorie di cospirazioni e congiure. Ma va detto che giudizi di «negatività» legati al numero sono numerosi anche in Italia. Nella cultura popolare è un cattivo augurio soprattutto a tavola: nell’«ultima cena» a prendere quel posto fu Giuda. Si tratta di una scaramanzia diffusa, radicata, ma considerata, nel nostro paese, un gioco, un divertimento. In Italia vince la forte antipatia verso il numero 17. Mentre in Spagna, paese dalle radici latine e cattoliche, il giorno sfortunato è «martedì 13».

Cosa dice la smorfia sui numeri 13 e 17?
A tagliare la testa al toro sul giudizio è la Bibbia degli scaramantici: la smorfia napoletana che, in modo netto, dà valore positivo al 13, indicandolo come Sant’Antonio - la sua ricorrenza liturgica cade appunto il 13 giugno - e valore negativo al numero 17 che viene tradotto come: disgrazia.

Quanti venerdì 17 ci sono in un anno?
Uno, al massimo due. È una circostanza casuale e non è legata all’anno bisestile.

La cinematografia si è occupata di «venerdì 17»?
La superstizione è ambivalente: respinge e attrae. I grandi registi non si sono lasciati scappare l’occasione di girare pellicole - i più di genere «horror» - che includessero la data nefasta. I film più celebri sono «Venerdì 17» diretto nel 1956 da Mario Soldati, e «Shriek, hai impegni per venerdì 17?». Il titolo originale del film girato da John Blanchard nel 2001 citava «venerdì 13», tradotto in Italia con «venerdì 17».

Ma cos’è la superstizione?
Si tratta di credenze di natura irrazionale che influiscono sul pensiero e sulla condotta delle persone che la fanno propria. Quando è eccessiva disturba le menti e distrugge personalità. È una delle «malattie» sociali più pericolose che si affacciano prepotenti nei periodi di crisi. Una debolezza umana di cui, in ogni epoca, hanno approfittato imbonitori e ciarlatani senza scrupoli.

sabato 24 dicembre 2011

Riti voodoo per far prostituire le nigeriane

L'Arena Clic
martedì 20 dicembre 2011 – CRONACA – Pagina 19

IMMIGRAZIONE ILLEGALE. Un´indagine della Guardia di Finanza ha evidenziato ramificazioni anche a Verona
Riti voodoo per far prostituire le nigeriane
Vessazioni, minacce e riduzione in schiavitù per centinaia di donne ma anche giovani uomini


Riti voodoo e botte come «passaporto» per arrivare in Italia a bordo delle carrette del mare: centinaia e centinaia di giovani uomini e donne nigeriane trasferite su camion da Benin City e fatte imbarcare sulle «carrette del mare» nel porto libico di Sabratha. A controllare questo traffico di schiavi era un´organizzazione nigeriana i cui vertici sono stati arrestati dalla Guardia di finanza della Spezia.

L'indagine, denominata Caronte e coordinata dalla Distrettuale genovese, che coinvolge diverse città italiane tra cui Verona, ha portato in carcere otto nigeriani accusati tutti di favoreggiamento dell´immigrazione clandestina e riduzione in schiavitù.
Tra gli oggetti sequestrati agli otto anche i resti dei riti voodoo con i quali gli aguzzini terrorizzavano i giovani nigeriani. Riti che venivano compiuti in Nigeria e in Italia e che avevano come unico scopo quello di vincolare i nigeriani con una sorta di contratto spirituale.

Una volta compiuto il rito, le persone partivano da Benin City poi attraverso il porto libico di Sabratha compivano la traversata fino a Lampedusa e da qui ai centri di Puglia, Campania, Molise e Sicilia. La Finanza ha accertato che l´organizzazione consegnava proprio nei centri le tessere telefoniche attraverso le quali indirizzava le persone nelle regioni dove avrebbero dovuto «lavorare».
Secondo quanto accertato dai militari della Guardia di finanza, le complicità in Nigeria di enti e istituzioni, tra cui anche il rettore di un´università locale, consentivano all´organizzazione di scegliere le persone da inviare in Italia attraverso il metodo delle quote d´immigrazione. Così facendo riuscivano a far arrivare fino a cinquemila persone all´anno.

I riti venivano rinnovati anche in Italia: il «santone» tagliava ai malcapitati nigeriani capelli e peli, strappava unghie e lembi di pelle che sarebbero stati utili, s! econdo la tradizione tribale, a far morire il soggetto che non! avesse ubbidito agli ordini. I feticci in mano al santone sarebbero stati restituiti alle famiglie in Nigeria, decretando salva la vita dei giovani a cui erano stati tolti, solo al momento della restituzione del debito contratto con l'organizzazione: un debito che poteva arrivare fino a 80mila euro. Per avere i soldi, le ragazze erano costrette a prostituirsi e i ragazzi a spacciare droga.
Ad aiutare la Guardia di finanza della Spezia sono state le stesse ragazze nigeriane. Così, dopo un´indagine che ha consentito l'acquisizione di molte fonti di prova, i finanzieri hanno ricostruito le tratte dei nuovi schiavi e compiuto otto fermi di polizia giudiziaria tra Torino, Milano, Verona, Reggio Emilia, La Spezia e Salerno.

domenica 11 dicembre 2011

Natale e cibo, qualche leggenda

l'articolo completo:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-12-11/altro-panettone-081832.shtml?uuid=AaqsIFTE

Altro che panettone!
Davide Paolini
11 dicembre 2011


quelle leccornie dal dolce sapore di Babbo Natale e di neve sono portatrici (sane) di bizzarri racconti a cominciare dal panforte, la cui leggenda risale ai giovani gaudenti del XII secolo, antesignani forse dei protagonisti di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, le cui droghe però erano i cibi speziati. Al loro capo, tale Nicolò de' Salimbeni, si deve l'evoluzione del «pan mielato» nel panpepato con l'introduzione del pepe. Resta invece irrisolto il passaggio in «panforte» che, alcuni sostengono sia stato inventato addirittura prima, altri invece dopo il panpepato, con la perdita di nuovo del pepe.
...
Alla simbologia è invece legata la leggenda del nadalin, dolce veronese antesignano del pandoro, che presentava appunto forma stellare raffigurante la cometa che guidò i Magi. Questa interpretazione sembra rifarsi ai riti pagani che si tenevano in onore del Sole, sui quali si sono sovrapposte le feste natalizie cristiane.
...
Assai controversa e, con variegate versioni, è l'origine del panettone. Forse la più popolare è quella che narra di uno sguattero, Toni (da cui Pan de Toni) che lavorava alla corte di Ludovico il Moro e salvò il pranzo della vigilia di Natale sostituendo il dolce bruciato con una sua invenzione a base di lievito madre, uva sultanina e canditi di scorza d'arancia.

lunedì 28 novembre 2011

Misteriose Madonne che si voltano

L'Arena, Thursday 24 November 2011 – PROVINCIA – Pagina 23

All´eremo di San Pietro arriva «Mistero 2011»
«Cimbri ed abbazia: una storia millenaria» è il titolo della giornata voluta dalla Regione Veneto

«Mistero 2011», la serie di incontri e spettacoli tematici voluta dalla Regione Veneto, arriva domenica a Badia Calavena, all´eremo di San Pietro. Un sito già di per sé carico di storia e di misteri; una chiesa ed un piccolo eremo eretti negli ultimi anni del XIX secolo, sui ruderi di un antico edificio: una torre, un castello, una chiesa, o un primo abbozzo dell´abbazia benedettina che trovò più tardi la sua sede definitiva nell’odierna piazza Mercato. Ruderi abbattuti dal terremoto del 1891, e completamente spazzati via, subito dopo, dal parroco Don Gio. Batta Stizzoli, per far posto alla chiesa attuale. Una leggenda, riferita da Gianfrancesco Cieno in «La parrocchia di Badia Calavena» racconta che il simulacro della Madonna conservato nel santuario della Bassanella a Soave proviene proprio da questo antico monastero e che di giorno veniva rivolta a sud, ma di notte tornava a volgersi verso nord, verso Badia.
«Cim! bri ed abbazia: una storia millenaria» è il titolo della giornata organizzata dal comune di Badia Calavena con la collaborazione della Pro loco di Tregnago in questo luogo carico di storia. La giornata si apre alle 10 con la visita al luogo e alla chiesa, circondata dai boschi.
Alle 12 si può pranzare nel tendone allestito con i prodotti tipici locali, e dalle 13.30 seguire nella chiesa di san Pietro le storie di tradizioni e misteri presentate tra gli altri da Aldo Ridolfi, con riferimento agli albori dell´abbazia e Lorenzo Maimeri, con le tradizioni popolari. Otello Perazzoli accompagnerà gli interventi con ballate e canzoni popolari. Per tutta domenica, chi vuole partecipare a Misteri deve parcheggiare in piazza Mercato ed utilizzare il bus navetta in funzione fino alle 16.30. R.Z.

lunedì 21 novembre 2011

Terre terrazzate, tra agricoltura, mistero e scienza

L’Arena
venerdì 18 novembre 2011 – PROVINCIA – Pagina 31



FUMANE. Domenica a Breonio singolare incontro fra il mondo agricolo e quello della scienza, dedicato al paesaggio
Un´alleanza internazionale nel segno delle «marogne»



Dalla Valpolicella alla Cina, dalla Lessinia al Perù le «terre terrazzate» sono al centro di un´iniziativa che vuol valorizzare saperi e tradizioni contadine

I contadini? Sono i custodi di antichi saperi, senza i quali la scienza è nulla, conoscono i segreti della natura e della terra, e soprattutto le tecniche, come i terrazzamenti, che si trovano in Valpolicella come in Lessinia, in Liguria come in Cina o in Perù. Di qui l´idea di avvicinare i saperi e le capacità dei contadini alle conoscenze dei cittadini - scienziati in un simposio, che si terrà nella suggestiva cornice della chiesa diroccata di San Marziale a Breonio. L´appuntamento è domenica 20 novembre, dalle 9.30.
Organizzato dall´associazione Antica Terra Gentile, che riunisce 15 aziende di piccoli coltivatori biologici della montagna veronese, il simposio si intitola «I nove scalini della sapienza contadina». Scalini perchè i terrazzamenti, che da noi si chiamano «marogne», sono fatti a gradini. E nove sono i gradi della conoscenza alchemica per arrivare alla pietra filosofale. «È chiaro che qui non preten! diamo di arrivare a trasformare le pietre in oro», spiega Plinio Pancirolli, presidente del giornale «Compascuo di Antica Terra Gentile», «ma il percorso è quello della ricerca anche interiore, del confronto tra chi il sapere ce l´ha per esperienza diretta e chi studia, riconoscendo dignità al paesaggio agrario articolato in terrazzamenti, utili per la tutela del territorio».
Ma il simposio di domenica sarà anche l´occasione per presentare la sezione italiana dell´alleanza mondiale delle terre terrazzate. «Alleanza nata l´anno scorso in Cina, in una regione terrazzata da sempre», continua Pancirolli. «In seguito siamo stati invitati in provincia di Savona, dove era presente anche l´architetto Franco Alberti, del Dipartimento sviluppo urbanistico della Regione Veneto, per la costituzione della sezione italiana delle Terre Terrazzate. Nelle riunioni si è parlato sempre di architettura o antropologia. Mancavano però i contadini, i ! veri custodi dei saperi legati nel tempo alla loro terra». Or! a la lacuna è stata colmata.
Proprio nell´ultimo numero della rivista «Compascuo» c´è un articolo che parla dei terrazzamenti peruviani di Machu Picchu, di produzioni, caratteristiche e articolazione del paesaggio e la seconda riunione mondiale di Terre Terrazzate sarà appunto in Perù, nel 2013. Al simposio di domenica saranno ospiti l´architetto Donatella Murtas, che parlerà del significato di questa alleanza mondiale e dei suoi scopi; il contadino, presidente dell´Associazione Antica Terra Gentile, Giovanni Zivelonghi, che condividerà il sogno degli agricoltori della montagna veronese, e l´architetto Paolo Righetti, conoscitore dei segni lapidei e delle architetture del paesaggio montano scaligero. Il progetto è stato presentato ieri mattina in Provincia, davanti all´assessore alle politiche per l´Agricoltura Luigi Frigotto, il quale ha sottolineato che «l´agricoltura deve diventare un metodo di tutela e valoriz! zazione del territorio; la montagna è un ambiente fragile e i contadini ne sono consapevoli, per questo si stanno impegnando per proteggerla». Da salvaguardare ci sono anche la cultura e le tradizioni, per questo è nato il nuovo organismo creato da Unesco e Fao con la Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale Ramsar.

sabato 19 novembre 2011

Frutti misteriosi a Volta Mantovana

Chi avesse una spiegazione può contattare anche la sottoscritta a info@leggendedimantova.com, grazie! SC

La Voce di Mantova, sabato 19 novembre 2011

lunedì 14 novembre 2011

Contro i numeri, contro le tradizioni e contro i fantasmi!

L'Arena Clic
Thursday 10 November 2011 – CULTURA – Pagina 57
CONTROCORRENTE. La coppia che ha voluto celebrare il proprio matrimonio proprio l´11.11.11. Naturalmente alle 11 «Ma noi sfidiamo la sorte e ci sposiamo»

La donna perdipiù sceglie un palazzo con fantasma «L´ho visto: spingeva una carrozzina, buon auspicio»


La cerimonia
a Villa Nogarola
La leggenda
la vuole infestata
dallo spirito
di un sepolto vivo



Non ci si sposa di venerdì, se poi è l´11.11.11 vuol dire proprio sfidare la sorte. Lo faranno domattina, naturalmente alle 11, i veronesi Damiano Dalli Cani, fratello di chi scrive, 38 anni, e Silvia Bazziga, 37. Per non farsi mancar nulla, la cerimonia sarà in un palazzo a Castel d´Azzano che la leggenda vuole popolato dagli spiriti. La sposa è azzanese di nascita e conosce bene la storia di Villa Violini Nogarola, meravigliosa residenza del XIX secolo che ospita la sede municipale, meglio nota come il castello.
Davvero c´è il fantasma? «Io l´ho visto», dice la sposa. «Ero in seconda elementare e con la mia classe venivamo accompagnati in visita al castello. Tenevo per mano la mia amica Simonetta e a furia di chiacchiere ci eravamo ritrovate a chiudere la fila, da sole. Sentimmo alle nostre spalle come un refolo di vento. Ci voltammo e vedemmo la sagoma tutta bianca di una persona che spingeva una carrozzina! ». Forse un auspicio per le nozze e la famiglia che nasce? «Ancora oggi, se ci penso, mi sembra una cosa bella. Anche se la leggenda dice che il fantasma del castello è quello di un sepolto vivo nelle segrete».
Lo sposo ascolta esterrefatto e fa capire che su data, giorno e luogo del suo matrimonio non ha gran responsabilità. «Sono un amante dell´horror», dice. «Quando domani entrerò al castello mi raccomanderò gridando che sono un amico della sposa!»
Perché scegliere proprio questa data? «Quando ci siamo presentati all´ufficiale d´anagrafe per fissare il rito civile», raccontano gli sposi, «l´impiegato è sbiancato. “De venare e de marte, no se sposa, no se parte e non se inissia l´arte”, ci ha rimproverati in dialetto».
Davvero di martedì e venerdì è sconsigliabile parrtire, sposarsi e iniziare un lavoro? I promessi dell´11.11.11 scoppiano in una grossa risata. «Ma in effetti», confermano, «abbiamo inca! ssato commenti tutt´altro che festosi da qualche conosce! nte. Vogliamo metterla così? La nostra è una sfida alla superstizione».
Inutile evocare influssi astrali poco propizi; inutile ricordare la numerologia che traduce l´11 come il numero del peccato e scova il diabolico 6 nella somma dei numeri della data. «Echissene...» ridono gli sposi. Anzi lei, visto che snobba il proverbio di casa, ignorerà anche quello inglese, che vuole per la sposa il giorno delle nozze «something old, something new, somethind borrowed, something blue». Domani indosso niente di nuovo, niente di vecchio, niente di prestato e niente di blu.© RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 9 novembre 2011

Leggende e tradizioni veronesi nei libri di Umberto Martino

stasera la presentazione!

L'Arena Clic
martedì 08 novembre 2011 – PROVINCIA – Pagina 23
SAN BONIFACIO. L´autore alle Barbarani
Le «anguane» di Martino


Per gli incontri con l´autore, organizzati in sala Barbarani dalla libreria Bonturi, domani alle 20.45 l´autore Umberto Martino presenterà due opere: «La valle dell´orco» e «L´ultima anguana», pubblicate da Foschi editore. Martino, esordiente con «La Valle dell´orco», si è affermato arrivando a vendere oltre 10.000 copie grazie al passaparola. In entrambi i romanzi l´autore riesce a costruire delle storie attraverso cui riscoprire i luoghi e le tradizioni delle nostre terre, delle contrade sperdute della montagna veneta, boschi e monti dove aleggia la presenza delle anguàne, mitiche ninfe delle sorgenti. Umberto Martino è nato a Schio nel 1950. Laureato al Politecnico di Milano, lavora tra Padova e Venezia come dirigente di una società di ingegneria. G.B.

sabato 5 novembre 2011

Sarà restaurata la guglia della strega di Sona (Verona)

Sona, restauro per la guglia della strega
SONA. In paese si racconta che la struttura era la casa della megera buona Guglielmina. Rimetterla a nuovo costerà al Comune 65mila euro. La torre circolare risale al 1834, è alta dieci metri e ha una leggenda. Fu costruita come belvedere tra le piante del parco di villa Trevisani

05/11/2011

http://www.larena.it/stories/dalla_home/303635_sona_restauro_per_la_guglia_della_strega/

La guglia della strega Guglielmina verrà restaurata

Sona. La guglia della strega Guglielmina verrà finalmente rimessa in sesto. Il progetto del restauro conservativo è già sulla scrivania del sindaco Gualtiero Mazzi e le spese per i lavori, pari a circa 65mila euro, verranno sostenute anche grazie ad un contributo regionale.

La torre circolare, situata in cima ad una collinetta nel parco di villa Trevisani, fu eretta nel 1834 e, per il suo valore storico ed architettonico, può senza dubbio essere considerata uno dei principali simboli di Sona.

Nata come belvedere, fu probabilmente utilizzata anche come punto tattico di osservazione militare. Per accedere alla sua sommità, a quasi 10 metri di altezza, bisogna salire prima i 12 gradini posizionati ai suoi piedi, e poi la scala a chiocciola che la circonda esternamente. Da molti anni è pericolante e a dispiacersene sono anche i bambini che frequentano la scuola materna, di cui villa Trevisani è oggi sede.

La guglia è infatti rivestita da un alone di leggenda. Si narra che, tanto tempo fa, al suo interno, vivesse una simpatica strega, di nome Guglielmina. Le sue divertenti avventure sono oggetto della fiaba musicale «Guglielmina e il Din Don Dan perduto», scritta da Fabrizio Olioso e pubblicata nel 1999.

Qualche anno dopo, l'associazione Cavalier Romani ha deciso di dare un seguito alla storia, con la stampa di un nuovo libretto intitolato «La strega Guglielmina», scritto da Elisa Anti e illustrato da Manuel Malesani. Qui si racconta di come, alla fine, la leggendaria abitatrice della guglia si fosse innamorata dello stregone Guglielmo, scegliendo di partire con lui «per andare a vivere lontano lontano», e di come avesse salutato il paese, ammonendolo di non dimenticarla.

La sua casa, oggi inaccessibile, verrà ristrutturata entro l'anno prossimo, almeno secondo gli auspici dell'amministrazione. L'obiettivo degli interventi citati nel progetto è quello di «eliminare le cause del degrado materico e strutturale e ridare al monumento la sua connotazione architettonica e storica».

Previe opportune verifiche, inoltre, la guglia potrebbe tornare a svolgere l'originaria funzione di belvedere, e, pertanto, accogliere i visitatori che vorranno vedere il panorama dall'alto dei suoi dieci metri di altezza.

Già nel 2010, su iniziativa dell'assessore Amedeo Rossi, il Comune di Sona aveva aderito alla costituzione del partenariato pubblico-privato denominato «Terre del Custoza», per la partecipazione ad un bando regionale, che beneficia di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e che riguarda la promozione e l'attuazione di specifiche strategie di sviluppo turistico-rurale nella zona compresa fra Verona e il Lago di Garda.

Nel partenariato, inoltre, sono coinvolte anche le amministrazioni di Sommacampagna, Valeggio, Bussolengo e Villafranca, oltre che molti enti privati.

«Poiché l'obiettivo è quello di valorizzare e rivitalizzare alcuni aspetti del nostro territorio», afferma il sindaco Mazzi, «noi abbiamo pensato anche alla sistemazione della guglia, che per Sona è indubbiamente una costruzione simbolica. Anni fa, ero rimasto ammirato da questa torre, e mi ero chiesto quando mai avremmo avuto le risorse per ristrutturarla. Ora le abbiamo trovate e questo epilogo della vicenda mi dà molta soddisfazione».

Forse, in qualche luogo lontano, dove la realtà si confonde con la fantasia, anche la strega Guglielmina accoglierà con gioia la notizia del restauro. La sua casa e la sua leggenda non sono state dimenticate.

Federica Valbusa

mercoledì 2 novembre 2011

Le avventure ferraresi di Martin Mystere, tra leggende e misteri ferraresi
















PRESENTAZIONE
DELLA RIVISTA MUMBLE, NUMERO SPECIALE # 1 DEDICATO ALLE AVVENTURE FERRARESI DI MARTIN MYSTÈRE.

PRESENTAZIONE
DEL NUOVO FOTOROMANZO “EDUCATIONAL” DEL CENTRO ETNOGRAFICO FERRARESE
“LA FORTEZZA DEGLI UOMINI PERDUTI”

Ferrara, Archivio Storico Comunale, via Giuoco del Pallone, 8
Venerdì 4 novembre 2011, ore 17.


COMUNICATO STAMPA

Nel 2012 Martin Mystère, l’eroe dei fumetti sempre alla ricerca di misteri a cui dare soluzione, compirà 30 anni e già stanno prendendo forma manifestazioni celebrative di vario tipo. E del resto si sa, Mystère, il detective dell’impossibile creato dalla fantasia di Alfredo Castelli per l’editore Sergio Bonelli nel 1982, è un consolidato quanto atipico fenomeno di culto. Le sue storie compongono ormai una immensa enciclopedia del mistero e dell’insolito.

La rivista “MUMBLE:”, emanazione dell’associazione culturale modenese Visionnaire, in collaborazione con AMYS, l’associazione nazionale Amici di Martin Mystère, dedica un intero numero speciale al personaggio di Castelli e ai ricorrenti rapporti che l’eroe di carta ha intrattenuto negli anni con Ferrara, con il territorio e le istituzioni culturali estensi. Proprio a Ferrara di recente, nel maggio 2011, si è svolta la nona edizione del Martin Mystère Fest

Il numero speciale di “MUMBLE:”, offre dunque grande risalto ai “misteri del ferrarese” e all’intensa produzione “educational” che Alfredo Castelli (Sergio Bonelli Editore) e Roberto Roda (Centro Etnografico Ferrarese) svilupparono in stretta sinergia, fra il 1989 e il 2002. Furono realizzate ben 14 storie fumettate e fotoromanzate che, presentate in 11 albi di grande formato e in un CD interattivo, hanno finito per fare scuola, facendo scoprire a insegnanti e operatori di musei e istituzioni culturali della Penisola come il fumetto e il fotoromanzo potessero diventare efficaci quanto innovativi strumenti promozionali per l’etnografia, la didattica della storia, la divulgazione dei patrimoni culturali. Le avventure Martin Mystère sviluppate a Ferrara servirono da modello per analoghe produzioni in altre realtà culturali del Bel Paese. Periodicamente riscoperte, le storie del Centro Etnografico sono rimaste nel cuore degli appassionati e, sebbene gli albi siano ormai esauriti da anni, sono sempre oggetto di spasmodica ricerca da parte del collezionismo delle nuvole parlanti.

Il numero speciale di “MUMBLE:” contiene molte piacevoli sorprese: accanto a curiosità estensi e misteri padani il lettore troverà anche interessanti disamine sul rapporto fra fumetto e arte e pure inedite interviste con alcuni grandi artisti del disegno italiano come il bolognese Giovanni Romanini, uno dei disegnatori storici di Kriminal e Alan Ford, e il ferrarese Nicola Mari neo-gotico illustratore di Dylan Dog. E che dire della splendida copertina realizzata dal duo Antonio Sforza-Sergio Tisselli in cui Martin Mystère, rende omaggio a Ferrara, assumendo le sembianze di un San Giorgio che uccide un sulfureo drago.

Infine, il numero speciale di “MUMBLE:” , appena pubblicato, regala agli appassionati di storie illustrate anche un inedito fotoromanzo “educational” prodotto dal Centro Etnografico Ferrarese e ambientato durante la Prima Guerra Mondiale. Il racconto fotografico, dai contenuti ovviamente molto “mysteriosi”, è rimasto “misteriosamente” per 13 anni in un cassetto del Centro Etnografico, da cui i redattori di “MUMBLE:” l’hanno voluto, opportunamente, trarre. Sceneggiato e “girato” nel 1998 da Roberto Roda con l’ausilio di Enrico Trevisani, il fotoromanzo intitolato “La fortezza degli uomini perduti “, racconta le vicende di una vampira che, uscita dal folklore delle genti cimbriche, va a tormentare la sfortunata guarnigione di un forte corazzato austriaco sugli altipiani trentini durante i sanguinosi bombardamenti del primo conflitto mondiale. Leggende etnografiche, storia militare, considerazioni sulla follia della guerra si mescolano in un racconto breve di avventurosa fiction, tuttavia costruito per obbligare il lettore a intraprendere molteplici strade di serio approfondimento etno-storico. Fra i motivi di curiosità, offerti da questo racconto per immagini, va annoverata anche la presenza, come attrice protagonista, di una giovane modella agli esordi negli anni in cui furono realizzate le riprese fotografiche, ma che oggi è una affermata musicista e artista di tendenza, come verrà svelato durante la presentazione ufficiale della rivista.

IL NUMERO SPECIALE DI “MUMBLE:” E IL FOTOROMANZO “LA FORTEZZA DEGLI UOMINI PERDUTI” SARANNO, INFATTI, PRESENTATI IN ANTEPRIMA NAZIONALE VENERDI 4 NOVEMBRE 2011 (DUNQUE NELLA DATA CHE TRADIZIONALMENTE RINNOVA IL RICORDO DELLA CONCLUSIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E DELLA VITTORIA DELLE ARMI ITALIANE), PRESSO L’ARCHIVIO STORICO COMUNALE DI FERRARA, IN VIA GIUOCO DEL PALLONE 8, ALLE ORE 17.
INTERVERRANNO MANUELE PALAZZI ED EMILIANO RINALDI, REDATTORI DI “MUMBLE:”, ROBERTO RODA (CENTRO ETNOGRAFICO FERRARESE), ENRICO TREVISANI (ARCHIVIO STORICO COMUNALE). SONO ALTRESÌ ATTESI NUMEROSI OSPITI FRA I QUALI I DISEGNATORI GIOVANNI ROMANINI, ANTONIO SFORZA, SERGIO TISSELLI E I RAPPRESENTANTI DI AMYS.

Per informazioni su Mumble scrivere all’indirizzo mail: emiliano.rinaldi@libero.it oppure mumbleduepunti@gmail.com

Per informazioni sui fumetti del Centro Etnografico Ferrarese si può contattare: r.roda@comune.fe.it

martedì 1 novembre 2011

Il 17 novembre, la Giornata del Gatto Nero

L'articolo è dello scorso anno:

http://www.promiseland.it/2010/10/29/gatti-neri-e-halloween/

Gatti neri e Halloween

Ci sono superstizioni che vengono tacitamente accettate, senza che spesso se ne conosca l’origine. Sono credenze che affondano le loro radici in epoche antiche e che andrebbero lette e interpretate proprio nell’ambito del contesto al quale si riferiscono. Nel caso della superstizione secondo la quale il gatto nero porta sfortuna si deve risalire al Medioevo. In questo contesto culturale si possono rintracciare vari motivi che hanno dato origine a questa credenza.

Innanzi tutto bisogna considerare che i gatti neri erano considerati più abili nel catturare i topi, per questo motivo venivano spesso messi a bordo delle navi dei pirati. Se si vedeva un gatto nero, voleva dire dunque che si aveva a che fare con una nave pirata, che di certo non rappresentava un incontro favorevole.
Il colore nero era, inoltre, messo in relazione con una dimensione diabolica e con le streghe; proprio il nero faceva in modo che di notte il gatto fosse poco visibile, causando paura ai cavalli che più facilmente si imbizzarrivano, mettendo a rischio coloro che li cavalcavano.
Da qui l’origine della superstizione sul gatto nero.

Ma nella nostra società di oggi, in cui non assistiamo più ad attacchi di pirati, in cui non ci muoviamo più con i cavalli e in cui le strade sono caratterizzate dall’illuminazione pubblica, diventa difficile spiegare le ragioni di una superstizione che trova il suo nascere in un mondo medievale, le cui condizioni di vita erano molto diverse e per molti aspetti inferiori alle nostre.
Allora, il gatto nero era considerato portatore di sfortuna, perché si pensava che incarnasse il male. Ancora oggi, tuttavia, esiste questa diceria. Così l’AIDAA: Associazione Italiana difesa Animali e Ambiente, ha istituito la giornata per “la tutela e la dignità del gatto nero”. In pratica si tratta di un Convegno a cui partecipano tutte le associazioni animaliste per discutere sul lavoro svolto durante l’anno per la loro tutela e salvaguardia.

La giornata dedicata al gatto nero è il 17 novembre, per due motivi: diciassette perché è il numero che rappresenta, per i superstiziosi, sfortuna, e novembre perché è il mese in cui si raggiunge il culmine di uccisioni di mici neri.
Perciò, sempre a cura dell’Aidaa, iniziano in questo periodo le ronde salva gatti neri: un gruppo di volontari dell’associazione comincerà a tenere d’occhio, soprattutto la sera, i luoghi frequentati dai gatti randagi per salvarli, a pochi giorni da Halloween, dal pericolo numero uno: il rapimento. I poveri mici potrebbero, infatti, finire nelle grinfie di chi, nella notte delle streghe, si diverte a mettere in scena macabri sacrifici e riti esoterici nei boschi. Dopo cinque anni di intensa campagna pro gatti neri e di ronde nei luoghi a rischio, il numero dei randagi immolati il primo novembre è calato. «Ma l’allerta resta alta – spiegano i volontari dell’Aidaa – soprattutto in certe zone, tra cui il Varesotto, conosciuto come uno dei luoghi magici della Lombardia e quindi oggetto di celebrazioni di lugubri riti semi propiziatori. L’attenzione resta alta perché la morbosa attenzione verso i mici neri da parte di persone che poi li uccidono o li torturano nel corso di vari riti è ancora presente, visto che il gatto nero ancora oggi viene considerato come animale portatore di sfortuna».

Stando alle stime dell’osservatorio sono almeno 30 mila i gatti neri, randagi e non, che per diversi motivi vengono uccisi ogni anno in Italia, come sono almeno 15 milioni gli italiani che ogni giorno alla vista di un gatto nero fanno gli scongiuri. Pertanto l’Aidaa lancia un appello ed invita ad aderire alle ronde, per salvare questi dolci ed innocenti animali, oltre che a prestare particolare attenzione ai propri gatti neri, magari liberi nel giardino di casa. «La questione delle uccisioni di gatti neri – spiega Lorenzo Croce, presidente del gruppo – è tremendamente seria e noi non abbassiamo la guardia».
Nell’antico Egitto il gatto nero era considerato portatore di fortuna. Si diceva che le famiglie che possedevano un gatto nero si ammalavano meno rispetto a chi non ne possedeva uno. Anche in molti Stati Europei, tra i quali la Gran Bretagna, i gatti neri vengono considerati portatori di fortuna e, come tali, vengono aiutati ed accuditi, oltre ad essere legati a tantissime leggende.
E’ perciò auspicabile che, attraverso una forte presa di consapevolezza, le persone si rendano conto di quanto poco senso abbiano le superstizioni: non sono i gatti neri a portare “sfortuna”, ma l’ignoranza.

La leggenda delle Mantelle Rosse di Montagnana

L'articolo originale è qui:
http://it.paperblog.com/la-leggenda-delle-mantelle-rosse-di-montagnana-659878/

La leggenda delle Mantelle Rosse di Montagnana


Montagnana, in provincia di Padova
Una leggenda narra che la bella città murata di Montagnana riuscì a salvarsi dalle invasioni dei Veronesi grazie a un interessante stratagemma. Siamo intorno al 1200, epoca in cui le invasioni dei veronesi nei territori padovani erano quasi all’ordine del giorno.

Un giorno di mercato, un messo arrivò tutto trafelato, portando la terribile notizia che l’esercito veronese aveva deciso di attaccare Montagnana.
Subito si mosse la macchina da guerra: il fossato che circondava e difendeva la città murata venne riempito d’acqua fino all’orlo, la città venne fornita di viveri per affrontare il lungo assedio che si stava paventando. Alcuni messaggeri vennero inviati a Padova per chiedere soccorso nel caso di un imminente assedio. Mentre il nemico avanzava in forze, Montagnana aspettava con trepidazione, perché si sapeva che il numero degli invasori era di gran lunga superiore a quello dei soldati che potevano difendere la città.

La cinta murata di Montagnana
I saggi del Gran Consiglio allora ebbero un’idea: se avessero infatti messo dei drappi sopra a delle croci, e se avessero messo dei fantocci di legno rivestiti di drappi rossi sopra gli spalti della città, forse il nemico avrebbe pensato che si trattasse di altri soldati e si sarebbe per lo meno rallentato. E così fecero: vennero requisite tutte le stoffe rosse che si trovavano nella città murata, e con quelle stoffe vennero confezionati dei mantelli.

Furono poi costruiti in fretta e in furia dei fantocci di legno che, posizionati sugli spalti e rivestiti dei mantelli rossi, riempirono tutto il camminamento superiore delle mura.

Montagnana...by night!
I veronesi attaccarono Montagnana alle prime luci dell'alba, e arrivati sotto le mura, videro un'impressionante distesa di guerrieri che, le armi in pugno, erano pronti a difendere la loro città.

Contemporanemente, si aprirono le porte della città e un numerossissimo esercito di soldati dai mantelli rossi uscì gridando, con le armi sguainate, pronti a ricacciare indietro gli invasori veronesi.

In realtà, se i Veronesi avessero osservato con più attenzione, si sarebbero forse accorti che quegli sugli spalti altri non erano che manichini, e l'esercito che era uscito da Montagnana era composto per la maggior parte da donne, vecchi e bambini, gente, quindi, priva di ogni conoscenza di guerra e assolutamente inadatta a difendere la città murata.
Tanto bastò, però, perchè i Veronesi fecessero dietro-front e rinunciassero all'assedio, sorpresi che Montagnana potesse disporre di un esercito tanto potente.

Le mantelle rosse
Purtroppo però l'inganno fu ben presto scoperto. nella stessa giornata il nemico, osservando i soldati sugli spalti che erano innaturalmente immobili ed essendosi accorti che sotto il mantello rosso di cui i guerrieri erano rivestiti si celavano per lo più vecchi e donne, tornarono sui loro passi per conquistare la città e punire duramente i montagnanesi che avevano osato beffarli.
Ad attenderli però trovarono l'esercito di Padova, che era nel frattempo giunto a difesa della città murata, e i Veronesi furono sconfitti e cacciati definitivamente.

Montagnana era salva. Si festeggiò per una settimana intera e si decise, con un editto della città ancor oggi in vigore, che ogni anno venisse ricordato quell'evento fortunoso con una parata di cittadini, tutti con i mantelli rossi.

venerdì 28 ottobre 2011

A Bolca una notte di misteri

L'Arena Clic
giovedì 27 ottobre 2011 – PROVINCIA – Pagina 29
BOLCA. Domenica

Nella notte dei misteri lo spettacolo è assicurato

Il bagliore minaccioso di zucche infuocate, figure misteriose, ombre sinistre si aggireranno domenica 30 ottobre nelle corti e nelle vie del centro di Bolca per creare un´atmosfera di paura e di mistero nella notte in cui Samhain, Signore della Morte e Principe delle Tenebre, chiama a sé gli spiriti dei defunti. Seconda edizione a Bolca dello spettacolo «Mistero», promosso dalla Regione e organizzato dalle Pro loco aderenti all´Unpli. Oltre 200 gli eventi che si svolgeranno in tutta la regione, «alla riscoperta delle tradizioni e degli aspetti più nascosti, sulla scia dell´incredibile eredità della tradizione veneta». E la Pro loco di Bolca animerà la piazza di un´insolita atmosfera quando alle 22 arriveranno le «Lumiere» ad accendere i fuochi sacri per dar vita a una rappresentazione teatrale con macabri figuranti e animali al seguito. La narrazione di antiche leggende condurrà dritta ad un'allegra castagnata con l´immancabile vin brulé.
Tutto inizierà all´imbrunire, alle 18.30, con il ritrovo al Museo dei fossili e la possibilità di visita gratuita. Alle 19.15 cena cimbra a pagamento, con «minestra dei morti» (chiamata «suppa von di armel sel») e racconti dell´antropologo Alessandro Norsa e di Mario Pagani, cultore delle tradizioni; prenotazioni entro domani ai ristoranti Adele (045-7470004) o Baita Cerato (045-6565061). Info: www.bolca.it.M.G.

Oggi al via Veneto Spettacoli di Mistero 2011

Inizia oggi il cartellone del festival veneto sul mistero: tutte le info sugli eventi sono su
http://www.spettacolidimistero.it/


In particolare, non mancate a Verona alla presentazione di "Spose, cadaveri e misteri":
http://www.cittadiverona.it/eventi/scheda7318/convegni-seminari/il-mistero-della-sposa-cadavere--halloween-a-verona.html

venerdì 14 ottobre 2011

Spose cadavere nel nuovo libro della Delmiglio Editore




Spose cadavere nel nuovo libro della Delmiglio
Il 31 ottobre un reading a Verona dei racconti ambientati in Veneto




"Spose, cadaveri e misteri": dal 31 ottobre è disponibile il nuovo libro edito da Delmiglio Editore dedicato al tema della "sposa cadavere", una leggenda popolare divenuta celebre grazie all'omonimo film di Tim Burton.

L'antologia "Spose, cadaveri e misteri" raccoglie i brevi racconti di 23 autori, che ognuno in chiave personale, hanno reinterpretato con un'ambientazione veneta e veronese questo mito, che parla di un uomo che incautamente scherzando con la futura moglie infila il proprio anello di nozze a un ramo sporgente dal terreno e gli recita i sacramenti di matrimonio, salvo scoprire poi che si tratta dell'anulare di una donna morta il giorno delle proprie nozze a cui si ritrova sposato.

Il libro sarà protagonista di uno speciale appuntamento la sera di Halloween, il 31 ottobre appunto, con il reading dal titolo "Il mistero della Sposa Cadavere. Notte di Ognissanti", che si terrà alle 18,00 a Verona presso la sede del Centro Turistico Giovanile di Verona in Via Santa Maria in Chiavica 7. La serata è organizzata in collaborazione tra il Consorzio Pro Loco Valpolicella ed Excellence Club. A leggere i racconti saranno gli attori Andrea De Manincor, Sabrina Modenini e Sandra Ceriani, con interventi musicali di Federico Fuggini. Durante la serata, presentata da Alessandra Rutili, non mancheranno dolcetti, cin cin con i vini della Cantina Salgari e... molte sorprese di Halloween!

"Spose, cadaveri e misteri" fa parte della collana Indaco, curata da Claudio Gallo.
Nell'antologia, con introduzione di Fabrizio Foni, sono presenti racconti di: Danilo Arona, Maria Silvia Avanzato, Alexia Bianchini, Rossana Boni, Giuliana Borghesani, Carlo Filippo Borrello, Cosma Brusco, Enrico Buttitta, Emanuele Cassani, Riccardo Coltri, Gaia Conventi, Simona Cremonini, Alberto Fezzi, Roberto Fioraso, Federico Fuggini, Arnaldo Liberati, Enrico Nebbioso Martini, Rossana Massa, Rosanna Mutinelli, Vittorio Rioda, Filippo Tapparelli, Annalisa Tiberio, Francesco Troccoli.

Per acquistare il libro: redazione@delmiglio.it


L'evento del 31 ottobre su Facebook:
https://www.facebook.com/event.php?eid=201867003220174

mercoledì 12 ottobre 2011

Scomparse di gatti neri a Brescia

LEGGENDE METROPOLITANE
Lo strano caso dei gatti neri scomparsi

http://www.giornaledibrescia.it/in-citta/lo-strano-caso-dei-gatti-neri-scomparsi-1.919071

Anche i carabinieri indagano sui maltrattamenti ai gatti
ORE: 14:10 | MARTEDÌ, 11 OTTOBRE 2011
Le denunce si inseguono, come pure le leggende metropolitane che riguardano la scomparsa di gatti neri in città e provincia. Già, perché forse non sarà vero, ma è un fatto che periodicamente si affaccia alla ribalta della cronaca la notizia di sparizione di massa di gatti neri.
Non si sottrae nemmeno la nostra provincia, con vere e proprie indagini avviate dalle locali stazioni dei Carabinieri che sulla materia hanno si svolto verifiche e controlli, ma senza mai giungere, in realtà, a qualcosa di definito. «Abbiamo casi denunciati di atti di crudeltà consumati su animali con colpi di fucile ad aria compressa e calibro 12 sparati addosso agli animaletti. È accaduto a Flero, Bagnolo Mella ed in altri Comuni della Bassa - spiega il maggiore Dionisio De Masi della Compagnia dei Carabinieri di Brescia - tuttavia sino ad ora non abbiamo trovato segnali a sostegno della presunta sparizione seriale di decine di felini neri».

Secondo l'Associazione italiani difesa animali e ambiente (Aidaa) a fine anni 90 sono stati 60mila i gatti neri uccisi e 30mila sarebbero spariti nel 2010. Alla fine il vero menagramo, forse, resta ancora l'uomo con le sue superstizioni.

lunedì 10 ottobre 2011

Leggende sulla luna a Ferrara




IL PRESENTE REMOTO
Ciclo di conversazioni etno-antropologiche
sviluppate da Roberto Roda

Biblioteca Comunale Ariostea
Sala Agnelli, via Scienze 17-Ferrara

Venerdì 14 ottobre, Ore 16.30

L’OMINO RAPITO DALLA LUNA.
Leggende lunatiche e teoria del complotto: da Caino al folletto Silvan agli Uomini in nero.


La cultura popolare occidentale ha ritenuto, sin dal Medioevo, che la luna fosse una sorta di prigione per esseri “mitici” dai caratteri negativi, relegati lassù per punizione. È la cosiddetta leggenda dell’omino sulla luna che fornisce una fantasiosa spiegazione alle macchie lunari. Le numerose varianti di tale leggenda presentano una comune struttura narrativa in cui si muovono personaggi differenti: Caino vaga sulla superficie lunare per scontare la colpa del fratricidio, il folletto Silvan è stato risucchiato lassù per impedirgli di derubare i poveri contadini di tante parti d’Europa. Silvan sulla luna compare, caso unico, nelle raffigurazioni lignee che ornano i portoni ottocenteschi di un paese mantovano che si affaccia sulle rive del Po: Pomponesco.

La leggenda dell’omino sulla luna ha contribuito a radicare nella cultura popolare occidentale la profonda convinzione che il satellite fosse un dominio precluso all’uomo. La stessa convinzione ha paradossalmente alimentato, dopo lo sbarco degli americani sulla luna nel 1969, una moderna teoria del complotto, secondo la quale l’allunaggio degli astronauti statunitensi sarebbe stato solo una finzione mediatica, una colossale truffa televisiva. Per chi crede nelle teorie del complotto nessun astronauta terreste ha mai toccato il suolo lunare. La conversazione di Roberto Roda, percorrendo sia la cultura popolare tradizionale sia la moderna sottocultura misteriosofica, racconterà come un folletto malevolo, emerso dai secoli bui della storia europea, abbia potuto accompagnarsi agli Uomini in nero della moderna fantascienza.

Come consuetudine de IL PRESENTE REMOTO, la conversazione sarà accompagnata dalla proiezione di materiali iconografici provenienti dagli archivi del Centro Etnografico Ferrarese.

Il borgo di Corso, a Grezzana (Verona), nato su un corso d'acqua

L'Arena - IL GIORNALE DI VERONA
Domenica 09 Ottobre 2011 SPECIALI Pagina 34
ORIGINI STORICHE DEL BORGO DI CORSO


Il Corso è una frazione del comune di Grezzana, situata a 625 metri s.l.m. La maggior parte dei 110 abitanti porta il cognome "Dal Corso".
Inerenti all'origine del nome e del conseguente cognome, ci sono due leggende: la prima racconta che l'insediamento delle prime case sorse vicino ad un corso d'acqua. La seconda che il nome sia stato dato da pastori nomadi provenienti dalla Corsica. Il primo documento si trova in un atto notarile risalente al 1508, che parla di "un agglomerato di case, alcune coperte a coppi altre a paglia".

martedì 27 settembre 2011

Alberi leggendari su e giù per l'Italia

http://mediterranews.org/2011/09/il-mondo-affascinante-delle-piante-le-leggende-dei-colossi-secolari-2/


Il mondo affascinante delle piante: le leggende dei colossi secolari


Gli alberi variano enormemente di dimensioni.
Un albero secolare come certi larici d’alta montagna, può essere alto appena cinque metri. Un altro di rapido accrescimento come il pioppo, è in grado di raggiungere in dieci anni i venti metri di altezza.
L’Italia, non è terra di grandi alberi secolari, eppure qualche pianta colossale e ultracentenaria si incontra ancora qua e là, nei posti più impensati della Penisola. Spesso mutilati dall’uomo o dalle intemperie, corrosi dal tempo e dal sole, resistono immoti.
Vi raccontiamo alcune delle loro storie vi piaceranno.

Il figlio del diavolo
Si trova a Macugnaga (Novara) e fu piantato, dice una tradizione, nel 1260.
Per alcuni secoli, sotto la sua grande ombra, il pretore di Vogogna, un paese della Valle Anzasca, amministrava la giustizia in estate. Attorno al tiglio si teneva ogni anno anche una grande fiera: i mercanti italiani vendevano le sete, i contadini svizzeri le ricotte e i formaggi. Nel novembre del l906, un nubifragiospezzò la parte superiore dell’albero.
Secondo una leggenda, invece, la colpa sarebbe stata di un carrettiere. Avendo ordinato, in una vicina locanda, pollo e vino, costui si sentì rispondere dall’oste, timorato di Dio ” Oggi é venerdì, ho solo uova e formaggio”. Ma il carrettiere pretese e ottenne il pollo. Poi, staccò dalla parete il crocefisso, lo scaraventò a terra e lo ricoprì di ossa spolpate. Improvvisamente, però, l’uomo si sentì male e capì che il demonio gli era entrato nel corpo; condannandolo a vagare per sempre fra i ghiacci del Monte Rosa. Uscito nella notte dalla locanda, fu afferrato dal vento, che lo scagliò contro il tiglio come un proiettile: e la cima dell’albero si spezzò.

Il Platano dei cento bersaglieri
Caprino Veronese possiede il platano più grosso d’Italia.
Il suo tronco, mostruoso e bitorzoluto, ha una circonferenza di circa 15 metri. E’ stato piantato, si dice, verso il 1730, quando Caprino Veronese era feudo dellafamiglia Malaspina, per testimoniare, secondo un’usanza oggi perduta, la fine della costruzione di una nuova casa.
Lo fiancheggia il torrente Tasso, che scende dal monte Baldo e sfocia nell’Adige. Nel legno del platano sono racchiuse, seppellite dalle successive crescite, alcune schegge di proiettili, esplose durante la battaglia di Rivoli, combattuta nel gennaio del 1797 fra le truppe di Napoleone I e gli austriaci del generale Alvinzy.
La vocazione guerriera dell’immenso platano è continuata nel nostro secolo: nel 1937 una intera compagnia di bersaglieri, che partecipava alle manovre dell’esercito, trovava rifugio sotto che sue fronde. Da allora, l’albero porta il nome di Platano dei bersaglieri.

La rovere della giustizia
Sorge su un breve pianoro, non lontano dal paese di Gradola(Como), in bellissima posizione panoramica
Nel dialetto locale viene chiamata regulon, che significa grande rovere, la sua età viene normalmente calcolata fra gli 800 e i mille anni. I documenti relativ alla pianta, dichiarata monumento nazionale, sono andati distrutti in un incendio che ha divorato, verso la fine del 1800, l’archivio parrocchiale di Porlezza, dove erano custoditi.
Si sa tuttavia con sufficiente certezza, che ogni primavera, durante il Medioevo, si radunavano sotto la sua chioma i Consiglieri dei Comuni delle vicine Valli per amministrare la giustizia e legiferare sula vita delle popolazioni. Pare che l’usanza, comune ad altri paesi d’Europa, sia durata sino alla fine del 1530, quando gli anziani di Girandola, Naggio e Boilate, di questo comune oggi esistono solo i ruderi, vi si diedero convegno per dirimere una controversia dei loro Comuni.

Il leccio del Frate Santo
E’ tuttora verdeggiante a Vico del Gargano (Foggia). La sua storia è stata raccolta dai frati Cappuccini del luogo.
Eccola. Il leccio fu piantato da padre Nicola, un umile frate di San Francesco, che qui passò buona parte della sua esistenza e morì in concetto di santità. Un giorno, recatosi nella Foresta Umbra, il frate scavò presso una fonte un piccolo abbeveratoio per il suo mulo. Ed ecco,ben presto spuntare dalla terra un minuscolo leccio. Padre Nicola prese la pianticella e la trapiantò presso il convento. Prima di effettuare l’operazione pregò il Padre Superiore di benedire la terra ed il giovane germoglio. Il frate si affezionò moltissimo alla pianta, ed ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, la innaffiava con cura. Non si conosce la data esatta dell`avvenimento.
Si sa, tuttavia, che padre Nicola morì il l0 novembre 1729, quando il leccio era già abbastanza cresciuto. Si può quindi supporre che l’albero sia stato piantato verso la fine del 1600 e che ora conti circa tre secoli di vita. Attualmente il suo tronco ha una circonferenza di circa cinque metri.

lunedì 26 settembre 2011

A Verona anziana aggredita dalle api

L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA
Venerdì 23 Settembre 2011 PROVINCIA Pagina 33
BOVOLONE. È stata dimessa ieri mattina l'ottantaseienne aggredita da insetti aggressivi


L'anziana aveva 300 punture su tutto il corpo


Salvata da suo figlio, è arrivata al pronto soccorso piena di gonfiori e sanguinante; all'ospedale curata con più dosi di antistaminici

È stata dimessa già ieri mattina la signora S.V., 86 anni, aggredita l'altro giorno nel suo giardino da uno sciame inferocito di cosiddette «api terraiole». Così le hanno chiamate i vigili del fuoco, quando sono intervenuti nell'abitazione della donna, ma a distanza di 24 ore non si esclude che gli insetti che hanno attaccato la pensionata possano essere stati «vespe scavatrici». Solo un esame più approfondito di un esemplare - cosa che non è stata ancora fatta - potrà chiarirlo. L'anziana è tornata a casa dopo una nottata passata al pronto soccorso, dove le sono state sommistrate flebo di antistaminici per contrastare l'effetto del veleno delle innumerevoli punture. Secondo il personale medico che l'ha soccorsa, la donna aveva 300 punture dis! seminate su tutto il corpo, alcune sanguinanti.
La signora è rimasta sotto osservazione per 15 ore: si è dimostrata una molto forte fisicamente perché, comunque, tutte quelle punture, anche in un soggetto non allergico, avrebbero potuto provocare serie conseguenze.
Quando i medici l'hanno presa in cura mercoledì pomeriggio hanno riscontrato un diffuso gonfiore, ma non hanno trovato alcun pungiglione degli insetti e proprio questo particolare fa pensare che a pungerla siano state vespe, che non rilasciano il pungiglione, iniettano meno veleno, ma possono pungere più e più volte. Le punture erano concentrate soprattutto sul capo e sul collo, e poi sulle braccia, ma non solo: alcune avevano raggiunto anche la schiena, infilandosi fin sotto alla maglietta e gli indumenti.
«Stamattina», racconta il figlio, «appena arrivata a casa, si è data da fare in faccende domestiche: è fatta così, non sa stare ferma. Ma si! è subito stancata e si è dovuta mettere a letto. Ha! molto dolore, malgrado le creme che le hanno prescritto. Ieri, se non arrivavo in tempo, poteva rischiare di morire, perché continuavano a pungerla e a pungerla. La pelle è martoriata, ma sa resistere al dolore. Pericolo è scampato: adesso aspettiamo che arrivi il freddo per scavare e dissotterrare la colonia di insetti che, pare, può scavare nidi a una profondità di un metro».




L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA
Giovedì 22 Settembre 2011 PROVINCIA Pagina 29
BOVOLONE. La donna stava lavorando in giardino quando ha disturbato un nido sotterraneo

Un'anziana aggredita da uno sciame di api

La pensionata non è riuscita a reagire alle punture e si è seduta a terra in balia degli insetti terricoli Colpiti anche la nipote e il figlio, accorsi ad aiutarla

Una signora di 86 anni, S.V., è finita ieri pomeriggio all'ospedale dopo essere stata punta da un intero sciame di api inferocite, che l'hanno aggredita mentre metteva a posto i fiori nel giardino di una villetta bifamiliare in via Petrarca, 12 a Bovolone, dove vive con i figli, nuore e nipoti.
Vista l'età, la signora non ha avuto la forza e l'agilità di scappare quando si è accorta di aver rimosso lo sciame: era chinata per mettere a posto il giardino e, dopo le prime punture, si è ritrovata seduta a terra incapace di rialzarsi, avvolta da una nuvola di api molto aggressive. Ben presto l'ottantaseienne aveva, secondo il racconto dei soccorritori, gambe, braccia, collo e viso completamente ricoperti da api e la pelle martoriata dalle punture! , alcune delle quali sanguinavano vistosamente.
Sono passati alcuni istanti terribili per lei, prima che le sue grida di aiuto, peraltro sempre più flebili venissero sentite dai parenti. La prima ad accorrere è stata una giovane nipote che ha fatto un primo tentativo di trascinarla un po' più lontano dal nido d'api, ma senza successo: anche la ragazza è stata aggredita dagli insetti inviperiti ed è scappata. Sentendo le urla, a quel punto è arrivato in soccorso il figlio maggiore della anziana donna. «Ho visto mia madre a terra ricoperta di api, incapace di reagire e difendersi. Ho preso la canna per innaffiare e sono riuscito ad allontanare gli insetti con lo spruzzo di acqua quel tanto che basta per portarla in salvo. Mi sono preso una decina di punture anch'io, ma non è niente rispetto a mia madre ne avrà prese forse un centinaio, non so quante». Nel frattempo, qualcuno ha chiamato il 118 che ha mandato una ambulanza: ! l'anziana signora è stata soccorsa sul posto e poi ricove! rata al pronto soccorso dell'ospedale San Biagio di Bovolone dove è arrivata ancora cosciente.
Era molto provata tuttavia, per fortuna, non in stato di shock anafilattico e ancora vigile. L'anziana è stata sottoposta alle terapie del caso e per prima cosa le è stato somministrato del cortisone per contrastare gli effetti delle punture.
I parenti della donna erano ottimisti sul decorso della drammatica avventura, perché la signora non aveva mai manifestato allergie verso le api, cosa che le sarebbe stata fatale. Sul posto, in via Petrarca, sono arrivati i vigili del fuoco di Verona per un intervento di disinfestazione.
Dopo un primo sopralluogo, si sono resi conto però che nel circondario non c'era alcun un alveare, ma si trattava di api terricole, che fanno il loro nido nel sottosuolo e quindi sono insetti molto difficili da debellare se non con scavi profondi da effettuare in periodo invernale.
I pompieri sono intervenuti spruzzando del! le sostanze che hanno tramortito le api, ma purtroppo solo quelle in superficie perché, a quanto pare, il resto dello sciame si è messo in salvo, ben nascosto nelle cavità del giardino.

mercoledì 14 settembre 2011

Leggende d'amore "fastidiose" a Verona

L'ArenaIL GIORNALE DI VERONA
Lunedì 12 Settembre 2011 CRONACA Pagina 11

ANTICHE POLEMICHE. Ora è in vicolo cieco San Marco, potrebbe traslocare ma manca il placet della Sovrintendenza «Dateci il pozzo dell'Amore»I residenti non tollerano il via vai e il lancio di monetine, i negozianti si sono riuniti in un comitato che ha come unico scopo di spostarlo in piazzetta San Rocchetto

Dov'è non lo vogliono, qualcuno desidera portarlo in un'altra piazza ma pare che spostarlo, nonostante abbia solo 25 anni, non sia così semplice. E per poter dare al Pozzo dell'Amore una sistemazione diversa si attende solo il placet della Sovrintendenza.
Preso di mira dai ladri, non gradito ai residenti dei palazzi che si affacciano su vicoletto cieco San Marco, «resuscitato» sulla scia del mito di Giulietta e comunque méta continua di giovani innamorati che lanciano la monetina, si promettono amore eterno e davanti a quel benedetto pozzo si baciano. Negli anni il braccio di ferro tra chi lo desidera nel cuore della urbe romana, a due passi da piazza delle Erbe e dal Campidoglio, e chi non lo sopporta perchè il via vai è continuo e l'a! more, come gli schiamazzi, non conosce orari, ha avuto sempre lui come protagonista: il pozzo.Un pozzo lì forse nell'antichità non c'era (e questa «assenza» storica ha rappresentato il cavallo di battaglia per chi voleva sbarazzarsene), di certo l'influenza veneziana è forte e presente in questa parte nascosta della città che assomiglia a un campiello ma sta di fatto che quel manufatto venne posato nel 1986. E da un quarto di secolo su quel pozzo si concentrano attenzioni di amanti, residenti infastiditi, commercianti che lo vorrebbero inserito in un circuito «romantico» di quella Verona che, nel mondo, è conosciuta come la città degli innamorati. E tra liti, esposti, indicazioni stradali che spariscono e che ricompaiono, ora per «salvare» quel benedetto pozzo sul quale, ad un certo punto, sono spuntati anche i lucchetti e le scritte (perchè gli innamorati si adeguano alle mode), si è formato addiritt! ura un comitato. Già, perchè se dov'è dà f! astidio in un'altra piazzetta lontana cento passi, a San Rocchetto, dove non ci sono residenti, dove il passaggio è continuo e soprattutto dove c'è chi lo «ama», il pozzo dell'amore potrebbe trovare finalmente una collocazione definitiva. Ben visto e benvoluto da tutti.Anzi, desiderato al punto che una cinquantina di titolari di negozi hanno creato, con tanto di statuto, il «Comitato negozi per il centro» che non ha scopo di lucro, nulla c'entra con altre associazioni di categoria e che un solo scopo sociale: «favorire e sollecitare la pubblica amministrazione affinchè si possa predisporre e realizzare l'obiettivo di traslocare il monumento denominato „pozzo dell'amore‰ da vicolo cieco san Marco in Foro, dove oggi si trova, in via San Rocchetto».Insomma se lì dove si trova attualmente non lo tollerano perchè è un'attrazione che crea disturbo, piuttosto che venga tenuto nascosto, chiuso o peggio ig! norato, c'è chi sarebbe felice di prendersene cura. Anzi, lo ritiene «simbolo» da valorizzare perchè in tal modo si creerebbe una sorta di itinerario: da via Mazzini o da piazza Erbe, prima di andare sotto al balcone di Giulietta in via Cappello, una capatina davanti al pozzo dell'amore sembrerebbe quasi d'obbligo.Loro, i commercianti, sono disposti a sobbarcarsi ogni genere di onere, compreso quello di tenere in ordine e salvaguardarlo da chi, invece di scambiarsi la promessa con un bacio, decide che il suo amore lo dichiara col pennarello, ovviamente i pegni d'amore continuerebbero ad essere destinati al club di Giulietta. Ai proprietari e ai direttori dei negozi di via Pellicciai, San Rocchetto, via Quattro Spade e via Mazzini basta la presenza del pozzo.L'amministrazione, e nello specifico l'assessore al commercio Enrico Corsi e Matteo Gelmetti, presidente della prima Circoscrizione, non avrebbero nulla in contrario, anzi hanno fornito la più ampia disponibilità perchè in fondo su quel pozzo da troppo tempo si è aperto un contenzioso difficile da dirimere: da una parte la tutela dei residenti (e il rumore del lancio delle monetine ha provocato più di qualche volta reazioni scomposte, lettere ai giornali e esposti all'amministrazione) che hanno il sacrosanto diritto di riposare e non trovare grappoli di fidanzatini seduti sul pozzo, dall'altra la possibilità di aggiungere a una piazza dei Signori e alle vie pedonali che diventano un enorme cuore nella settimana di San Valentino una nuova «sosta». Manca il permesso di farlo traslocare.

domenica 11 settembre 2011

La leggenda del gigante scrittore, al Parco di Monza

tratto da:
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cultura%20e%20Spettacoli/230969_la_leggenda_del_gigante_scrittore/


Il parco, la luna e i suoi misteri
La leggenda del gigante scrittore

11 settembre 2011 Cultura e Spettacoli Commenta


Monza - Per tentare di scorgerne l'ombra avanzare lenta e composta tra gli alberi secolari del parco di Monza, il passo pesante e lo sguardo leggero, schivo, forse indifferente, uscito da chissà dove per ritrovare la sua lampada naturale appesa di nuovo al cielo, occorre aspettare la prossima luna piena. Il 12 settembre: sarà un martedì e si sarà appena esaurito il chiasso dei motori del gran premio di formula uno, sgombrato il parco dei turisti dell'automobilismo, delle luci artificiali, dei suoni e dei frastuoni del serraglio della velocità. Ecco, sarà quella notte: forse allora il gigante del parco di Monza uscirà dal suo nascondiglio per andare a sedersi alle spalle di villa Mirabello, sulla sua sedia enorme di un'enorme scrivania illuminata dal biancore della luna piena. Per scrivere o leggere, per raccontarsi una storia.

Una storia come quella che già qualcuno si racconta attorno al parco di Monza, dove nel 2005 è stato installato “Lo scrittore” di Giancarlo Neri, la gigantesca opera donata alla città da Rottapharm Madaus. Così si dice, o così dicono gli atti ufficiali, perché c'è anche chi è disposto a giurare che sedia e tavolo li abbia portati proprio il gigante per godersi le notti di plenilunio e scrivere e leggere con tutta la luce necessaria. Deve farne di strada per meritarsi il titolo di leggenda, o di racconto popolare, men che meno di mito: ma in fondo è così che nascono, le leggende, con storie vicine o lontane cui si aggiungono nuove voci e nuovi capitoli, con una narrazione antica che incontra un elemento contemporaneo e che poi, di bocca in bocca, diventa patrimonio collettivo. Che accada anche al gigante scrittore, difficile dirlo: ma il parco di storie ne ha raccontate tante, nel corso dei suoi secoli, raccogliendo parole e folclore d'altrove e dando loro nuova casa dentro i suoi quasi 700 ettari.

A ricordarli ai microfoni di MonzaBrianzatv è stato pochi giorni fa Corrado Beretta, del Consorzio della Villa reale e del parco, che ha rispolverato alcuni dei tanti racconti popolari che vivono nei suoi prati. Come la storia di un amore impossibile tra due monzesi che si incontrarono al “Bosco bello” e lì, verso il confine con il Comune di Lesmo, decisero di sposarsi. Lui e lei però vissero quell'amore soltanto all'ombra delle sue piante, perché fuori le loro famiglie lo rifiutarono, lo impedirono fino al giorno in cui gli amanti decisero di uccidersi nel bosco. Una leggenda di sapore shakespeariano, ricorda Beretta, e in fondo sempre oltremanica bisogna camminare per respirare le origini degli gnomi e dei folletti che popolano anche i prati del parco monzese, oppure delle fate - per trovare un luogo preciso - il cui trono è un grande e secolare ippocastano che trionfa alle spalle di villa Mirabello: lì le fate si danno appuntamento per festeggiare sempre quando è notte di plenilunio ed è lì che spesso, ancora oggi, i bambini lasciano qualche piccolo regalo per le fairies monzesi. Ma c'è anche un cavaliere fantasma, che abita le mura della fagianaia ed è rappresentato sullo stemma dell'edificio: allo stesso chiaror di luna è possibile sentire nei prati intorno il rumore degli zoccoli del suo cavallo e, talvolta, anche di vederne il profilo diafano.

Poi ci sono leggende che non solo hanno un corpo e una storia da raccontare ma anche un nome da tramandare. Quello della Mata Capina è uno: la donna enorme vestita di stracci che passava da Monza trascinando con sé un grande carro carico di oggetti e ferri vecchi, cianfrusaglie che sferragliavano e accompagnavano il suo passo incerto fino all'interno del parco. Una strega, una strega vera, spaventosa da vedere, ma un'erborista capace di trasformare i segreti delle piante e dei fiori in medicine: ed era a lei, di nascosto, sempre sotto i rami del bosco bello, il punto più lontano dagli occhi degli altri, che i monzesi chiedevano le cure per i figli, la famiglia, gli amici. Per cercare la strega, le fate e il gigante, non c'è che un modo: aspettare il 12 settembre, che sarà plenilunio, e poi cercare con lo sguardo nel buio, da lontano, se un'ombra enorme, l'inseguirsi delle luci, o un carro che arranca dietro a una donna vestita di stracci si mostrano tra le foglie del parco.
Massimiliano Rossin
Sarah Valtolina

lunedì 22 agosto 2011

Emergenza insetti, un articolo da Verona

L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA

Sabato 20 Agosto 2011 CRONACA Pagina 7

EMERGENZA INSETTI. In molti casi spetta ai Comuni intervenire


Un'invasione di vespe,
pompieri in allerta

Decine di richieste di intervento, ma solo poche vengono accolte

Invasi da api e soprattutto da vespe. Chiamate allarmate di cittadini ai vigili del fuoco, sperando di potersi togliere di mezzo gli imenotteri e quella paura d'essere punti che prende non soltanto chi teme il pungiglione, ma soprattutto chi, con una puntura d'insetto rischia di subire uno choc anafilattico che potrebbe portare alla morte.
Soltanto nella giornata di ieri la centrale operativa dei vigili del fuoco di Verona ha ricevuto una trentina di richieste di intervento. Ma soltanto una decina hanno potuto essere evase perchè i vigili del fuoco possono intervenire se i favi sono in parchi pubblici piuttosto che in edifici privati ma in alcuni anfratti della casa, piuttosto che nei cassettoni delle tapparelle, nelle canne fumarie o nelle bocche d'aria previste per legge per l'aerazione.
Altrimenti si deve chiamare la protezione civile del comune di residenza. Lo ! dice la delibera della Regione Veneto 3.015 del 10 ottobre 2003 che nasce soprattutto per illustrare la procedura per difendersi dalla zanzara tigre e dai ratti.
Si legge infatti: «Non rientrano tra i compiti di sanità pubblica, ma di altre strutture (all'uopo identificate), deputate alla protezione civile le emergenze determinatesi dalla presenza di grossi favi o nidi di insetti, anche in caso di gravi forme reattive anafilattiche di singoli individui, come contenuto anche nella risposta al quesito rivolto al ministero».
Eppure nella stragrande maggioranza dei casi i Comuni neanche sanno della delibera. Se si tratta di api, rispondono dagli uffici tecnici, possono fornire il recapito di alcuni apicoltori. Se si tratta di vespe invece consigliano di chiamare una ditta specializzata nelle disinfestazioni.
Così i cittadini chiedono aiuto a chi i problemi generalmente li risolve, ma i vigili del fuoco hanno le mani legate. Una circolare interna ric! orda infatti che gli interventi debbono essere limitati a luog! hi pubblici piuttosto che in zone della casa che permetterebbero alla vespe di entrare nell'abitazione.
Il caldo di questi ultimi giorni ha fatto aumentare l'attività delle vespe. A chi decidesse di agire da solo, magari per piccoli favi si raccomanda attenzione e di entrare in azione al mattino prestissimo oppure la sera quando gli imenotteri sono meno attivi.A.V.

domenica 21 agosto 2011

Una breve leggenda sulla Val Pusteria


tratto da:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/agosto/20/castello_luce_nel_rosa_delle_co_9_110820057.shtml

C' era una volta un gigante buono che viveva in Val Pusteria. Aiutava gli abitanti nei lavori pesanti in cambio di mucche e caprette da mangiare. Ma non era mai sazio. Disperati, decisero di farlo addormentare. È ancora lì che riposa. In questo luogo di leggende, proprio di fronte una delle montagne dal volto dell' affabile titano, sorge il «castello di luce» di Daniela e Franz Kraler...

venerdì 19 agosto 2011

Padova, al Castello del Catajo tra magnolie e fantasmi

Al Castello del Catajo tra magnolie e fantasmi
A Battaglia Terme, lungo il corso del fiume. Guerra, potere, intrighi e vendette. Ripercorrendo la saga degli Obizzi nel paradiso tra i Colli Euganei

PADOVA — Imponente e magico. Come le gesta di chi lo abitò. Il Castello del Catajo spunta all’improvviso tra il verde, lungo l’argine del Canale Battaglia, nel padovano. Immenso, a testimoniare la grandezza e la forza degli Obizzo (o Obizzi), famiglia di militari mercenari diventati ricchissimi grazie al loro esercito privato che combattè per tutte le signorie dell’epoca, dagli Scaligeri di Verona, ai Carraresi di Padova, vittoriosi anche nella famosa battaglia di Lepanto del 1571. E’ un paradiso di natura e storia, quello del Cataio, incastonato tra i Colli Euganei. Un parco enorme circonda il castello e accoglie il visitatore, tra viali, piante esotiche, fontane, magnolie e pure una sequoia del 16oo, una delle prime che in quegli anni arrivarono dall’America. Accanto al laghetto punteggiato di ninfee, c’è ancora la piscina scavata nella roccia dove facevano il bagno i nobili dell’epoca o le dame, riparate sotto grandi tendaggi per evitare il contatto con i raggi del sole. Il Castello oggi è monumento nazionale, ereditato nel 1986 dai Dalla Francesca di Padova: 23 mila metri quadrati, 4oo stanze.

Visite guidate, laboratori didattici, sale in affitto per matrimoni, concerti o meeting, mantengono vivo il complesso, che conserva ancora in ottimo stato affreschi di Gian Battista Zelotti, allievo del Veronese, che celebrano le gesta valorose degli Obizzi. Ma gran parte della magia del Castello è legata alle vicende d’amore e morte che hanno accompagnato nei secoli i protagonisti della saga degli Obizzi. Ad iniziare dall’assassinio della bella Lucrezia Dondi dell’Orologio, moglie di Pio Enea II Obizzi, uccisa nel 16oo da quello che credevano un fedele cortigiano, Attilio Pavanello. La leggenda narra che Lucrezia fu uccisa con una rasoiata alla gola nella sua camera da letto, mentre indossava una vestaglia rosa, colpita da Pavanello su incarico di un corteggiatore respinto. Ferdinando, figlio di Lucrezia, anni dopo vendicò la madre ammazzando a sua volta Pavanello, ma il vero mandante restò impunito. L’anima di Lucrezia ancora non se ne dà pace, così vaga tra le sale del Catajo, avvistata ogni tanto dai visitatori. Anche recentemente durante un concerto al Castello dei Solisti Veneti, tra il pubblico fu notata una signora con la vestaglia rosa affacciarsi dalle finestre più alte, quelle che da anni sono chiuse e inagibili... Anni dopo l’omicidio di Lucrezia, l’ultimo erede degli Obizzi, Tommaso, perpetrò un nuovo delitto: uccise per gelosia la moglie Barbara Querini, che si diceva lo tradisse. Anche questo fantasma pare abitare tutt’ora il Catajo. «E c’è anche chi sostiene che pure l’anima di Gabrina, la più nota cortigiana del Castello, che naque e morì qui, ancora si aggira per queste stanze - rivela Andrea DallaFrancesca, 35 anni, uno degli eredi di ultima generazione, che si occupa della storia del castello fin da quando aveva 16 anni - . Gabrina era brutta, ma imbattibile a letto, molto ricercata per le sue qualità amatorie, tanto che Pio Enea II Obizzo dopo la sua morte la ricordò con un busto che nascondeva un gioco d’acqua ».

Chi si avvicina alla testa di Gabrina, ancora oggi, viene bagnato da un getto d’acqua. «Gabrina qui giace vecchia e lasciva - dice l’effige - che benchè sorda, stralunata e zoppa, si trastullò in amor finchè fu viva». Il Catajo si chiama così dall’origine del toponimo del 12oo «Ca’ lungo il tajo», casa lungo il canale. «Ma quando nel 1570 Obizzo costruì il castello - racconta Andrea Dalla Francesca - , fedele alle sue manie istrioniche, disse che l’aveva chamato in questo modo in onore di Marco Polo e del Catai...». Se l’interno è imponente e ricco di affreschi, l’esterno è caratterizzato da una immensa distesa verde. Oltre al parco, dietro al castello, c’è un colle che nel 1600 fu recintato con un alto muro, in cui vivono e continuano a riprodursi una quarantina di daini, oasi naturalistica purtroppo minacciata dai bracconieri della zona. Dopo l’ultimo Obizzo (Tommaso), che morì senza eredi, il Castello del Catajo passò ai duchi di Modena, quindi agli Asburgo e fu poi confiscato dallo stato italiano. Nel 1929, messo all’asta, fu acquistato dalla famiglia Dalla Francesca. Oggi gli eredi, a causa delle stratosferiche spese di manutenzione, stanno cercando di venderlo: il valore è di circa 20 milioni di euro, per restaurarlo servono altri 4o milioni. Sebbene si siano fatti avanti industriali e sceicchi e pure emissari di Berlusconi e di Putin, l’immensa proprietà resta ancora invenduta. (continua)

Francesca Visentin
18 agosto 2011


http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cultura_e_tempolibero/2011/18-agosto-2011/al-castello-catajo-magnolie-fantasmi-1901314629700.shtml

mercoledì 17 agosto 2011

La leggenda di Ceson (in provincia di Verona)

L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA - Giovedì 11 Agosto 2011 SPECIALI Pagina 24

Nel periodo di Ferragosto torna la Sagra del Ceson
LA MANIFESTAZIONE SI SVOLGE, FINO A MARTEDÌ 16, PRESSO LA CHIESA DI SAN PIETRO IN MONASTERO


Con l'arrivo del Ferragosto, torna puntuale la Sagra del Ceson di San Pietro in Valle, per festeggiare la Madonna dell'Assunta.
La sagra si tiene nei pressi della Chiesa Benedettina denominata "Ceson", dove a Ferragosto si celebrano la S. Messa e la Processione dell'Assunta.
Durante le serate di festa si possono gustare specialità gastronomiche della cucina locale ed intrattenersi con spettacoli musicali.

Al Ceson è legata anche una singolare leggenda. Presso la chiesa di San Pietro in Monastero, questo il nome ufficiale del Ceson, sulle sponde del corso d'acqua del Tartaro, un tempo si estendeva una insalubre palude da cui proverrebbero tristi rintocchi di campane fantasma che, a detta delle locali leggende, si udirebbero fin dai tempi dell'Impero Romano.

La chiesa, infatti, sarebbe stata costruita sullo stesso luogo d! ove un tempo sorgeva la colonia romana di Gazza, o di Carpania, dove si idolatrava il dio Appo, raffigurato come un'onda incatenata che commemorava il lavoro fatto per erigere delle maestose ed imponenti mura, con cento torri, che proteggevano la località dalla minaccia delle gonfie acque del fiume e della palude.
I tristi suoni che sembrano rieccheggiare in precisi periodi, avrebbero annunciato la distruzione dell'antica cittadina di Carpania, invasa dalle acque e non più protetta dal simulacro del dio Appo, rubata dal principe locale.

La leggenda popolare vuole che, dove sorge il Cesòn, nella notte di Pentecoste, chi si avventura in barca nella palude li possa ancora ascoltare.

Si udirà certamente, invece, il rintocco della campana il giorno di Ferragosto, il più atteso dell'intera Sagra del Cesòn.

sabato 13 agosto 2011

A Monselice (Padova) visita al castello tra leggende e fantasmi


Il castello sussurra a Monselice
Il Castello sussurra.... i fantasmi degli amanti Carraresi tra leggenda e realtà. La Società Rocca di Monselice organizza per domenica 14 e domenica 28 agosto 2011, alle ore 21.30, visite guidate notturne al castello di Monselice con percorso sonoro a cura di Alberto Giordani.

un paio di link con i riferimenti e la locandina:
http://pdeventi.blogspot.com/2011/08/il-castello-sussurra-monselice.html

http://www.castellodimonselice.it/it-IT/News/2011-06-28/---il-castello-sussurra---


giovedì 11 agosto 2011

I conti non tornano: convegno Cicap a Torino


I CONTI NON TORNANO - Il fascino dei numeri tra scienza e mistero
Un Convegno CICAP - Torino, Sala Convegni ATC - 11-13 novembre 2011


I numeri rappresentano il noto e il razionale per eccellenza. Eppure, dai numeri irrazionali dei pitagorici alla sezione aurea, sono tanti i misteri della matematica che affascinano e incuriosiscono. I numeri, poi, si trovano da sempre al centro di credenze irrazionali, come l’idea che esistano dei numeri che portano fortuna o sfortuna o che sia possibile "calcolare" e prevedere l'uscita dei numeri al lotto. E non manca chi ritiene che la numerologia possa consentire di prevedere il futuro.

Molte di queste idee e tradizioni culturali hanno un’influenza significativa anche nella nostra società, ed è allora interessante chiedersi quali ne siano le origini e quali i processi che portano alla loro diffusione. Si apre così lo spazio per una riflessione più ampia, che riguarda il modo in cui si costruiscono il sapere popolare (dai proverbi all’etnomedicina) e quello scientifico.

Sono questi i temi di cui si discuterà con il CICAP, tra l'11 e il 13 novembre 2011 a Torino, in un Convegno intitolato per l'appunto: "I conti non tornano. Il fascino dei numeri tra scienza e mistero". L'incontro, che si terrà presso la Sala Convegni ATC (Corso Dante 14, Torino), vedrà la partecipazione di alcuni tra i più noti scienziati e studiosi che in questi anni si sono occupati di scienza, pseudoscienza e credenze irrazionali, in ambito matematico e non solo (il programma dettagliato sarà pubblicato prossimamente).


Piergiorgio Odifreddi

Uno spazio speciale sarà riservato al "matematico impertinente" Piergiorgio Odifreddi, che la sera dell'11 novembre (non a caso in una data molto speciale: l'11.11.11) aprirà il Convegno con una "lectio magistralis" sui temi della matematica e dell'irrazionalità.

Non mancherà poi una sessione dedicata alla presentazione di alcune nuove indagini sul mistero condotte da soci e simpatizzanti del CICAP (e alla quale è aperta la partecipazione anche a "indagatori" esordienti).


Segnatevi la data sul calendario e consultate il programma del Convegno: le iscrizioni sono già aperte!



Per scaricare il programma e per le info:
http://www.cicap.org/new/articolo.php?id=273830

mercoledì 20 luglio 2011

Denunciato marito “vampiro” in India

19 luglio 2011 19:05
Denunciato marito “vampiro” in India



A volte, nel mondo, accadono cose che sembrano siano uscite dai libri o dai film horror, e questo ce ne può dare conferma una giovane donna di 22 anni, residente nello stato indiano del Madhya Pradesh, la quale ha ultimamente denunciato il marito per un fatto insolito e che lascia sbigottiti.

La donna nel 2007 ha sposato un agricoltore che pochi mesi dopo le nozze ha quotidianamente bevuto il suo sangue per circa tre anni.

La donna ha raccontato al" The Times of India" che l'uomo aspirava il sangue della moglie con una siringa e dopo averlo versato in un bicchiere lo beveva, e ha portato avanti questo rituale anche quando la donna era incinta del loro primogenito.

Una volta nato il bambino, la donna si è ribellata, visto che cominciava a risentirne anche la salute.

L'uomo aveva minacciato la consorte di non riferirlo a nessuno altrimenti ci sarebbero state serie conseguenze, ma lei non ce l'ha fatta più e dopo essersi rifugiata dai parenti ha avuto il coraggio di denunciare il marito vampiro.

http://www.news-24h.it/2011/07/denunciato-marito-vampiro-in-india/

lunedì 18 luglio 2011

Larve nel naso, morto il paziente

SANITA'
Larve nel naso: morto il paziente ricoverato al Policlinico di Messina
I familiari avevano denunciato la presenza dei moscerini nella stanza d'ospedale.

NOTIZIE CORRELATE
Larve nel naso: ospedale denunciato (16 luglio 2011)



Moscerini

MILANO - È morto al Policlinico di Messina l'uomo di 55 anni ricoverato in Rianimazione per un'emorragia celebrale dovuta ad un aneurisma e i cui familiari avevano denunciato la presenza di larve di insetti nel suo naso. «Siamo sconvolti - spiega Valentina Misuraca, figlia dell' uomo -: mio padre si è aggravato improvvisamente e i medici hanno detto che ha avuto dei problemi cardiaci. Hanno tentato di rianimarlo ma non c'è stato nulla da fare. Ancora non sappiamo se ci possano essere dei collegamenti tra la presenza delle larve e la sua morte, al momento non escludiamo nulla, vedremo cosa ci dirà poi il medico legale. Non sappiamo ancora se verrà fatta un'autopsia».
DENUNCIA - Il caso aveva suscitato scalpore. I parenti avevano notato la presenza di moscerini nella stanza del loro congiunto e avevano avvertito la direzione sanitaria. «Erano 10 giorni che vedevamo volare dei moscerini nella stanza dove si trova ricoverato mio marito, - ha raccontato la moglie del paziente deceduto, Maria Napoli -, ma nonostante avessimo chiesto più volte un intervento dei sanitari loro non hanno fatto nulla». La presenza delle larve di moscerino è poi stata confermata dal direttore dell'Unità operativa di Anestesia e rianimazione, Angelo Ugo Sinardi. «È vero, erano presenti delle piccole larve sul naso di un nostro paziente ricoverato - ha dichiarato il responsabile sanitario -, ma subito siamo intervenuti eliminandole. L'uomo è stato sottoposto ad una visita da parte di un otorino che ha escluso la presenza di altre larve».

MARINO - La famiglia ha poi chiesto l'intervento della Polizia e sul caso è intervenuto Ignazio Marino, presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale. L'esponente del Pd ha inoltre detto di aver sollecitato l'intervento dei Nas per verificare le condizioni igienico sanitarie dell'ospedale.

Redazione online Corriere.it
18 luglio 2011 16:12

lunedì 11 luglio 2011

Leggende e misteri dei labirinti

L'Arena - IL GIORNALE DI VERONA
Domenica 10 Luglio 2011 PROVINCIA Pagina 27
DEDALO MAGICO. Per i visitatori del Parco Sigurtà di Valeggio è un'attrazione, ma le sue pareti vegetali evocano il passato e invitano a riflettere



Fin dai tempi antichi è mistero, natura, preghiera e il suo centro è un luogo sacro: il suo significato rimanda alla vita, che non ha senso senza la fatica

Dice uno scrittore inglese: «We are all trapped in a maze». Siamo tutti prigionieri di un labirinto. Quando giovedì scorso è stato inaugurato nel Parco giardino Sigurtà di Valeggio un labirinto, ci sono venute in mente queste parole e mille altre immagini, anche se l'atmosfera inaugurale, inevitabilmente chiassosa, toglieva spazio alla fantasia. Il comunicato del parco parla di una nuova attrazione, di un dedalo di 1.500 tassi (taxus baccata), di sei anni tra progettazione e costruzione, del «tocco» di Adrian Fisher, il più famoso realizzare di labirinti al mondo. Ma un labirinto è qualcosa di più di una semplice attrazione, di una curiosità. Il labirinto è un luogo magico, straordinario. E se si trova in un luogo alt! rettanto incantevole come è il Parco Sigurtà, la magia si moltiplica.

Fin dai tempi più antichi, ancor prima della storia, presso molti popoli, anche quelli più lontani tra loro e senza contatti, il labirinto è esistito assumendo i significati più complessi e le simbologie più diverse. Platone afferma che il primo labirinto era su Atlantide. Ma il primo labirinto che ha coinvolto tutti fin dall'infanzia è quello di Creta: il mitico e pauroso antro dell'uomo bestia, il Minotauro. Ma accanto al labirinto di Dedalo e Icaro, di Teseo e di Arianna, ce ne sono altre decine. Per gli Hopi, pellerossa del Nord America, il labirinto rappresenta la madre terra, la natura, la spirale che unisce l'uomo a ogni altra vita. Il labirinto è preghiera. Ci si perde come nel peccato, ma alla fine ci si ritrova. Purificati. Rinati. Per qualcuno è il luogo dove il tempo magicamente si ferma. E fin che non se ne esce è davvero così: si! sta col fiato sospeso.
Ma il centro del labirinto è a! nche un luogo sacro: la città santa, la Gerusalemme celeste. Per questo sui pavimenti di molte chiese antiche sono riprodotti labirinti: immagini simboliche della vita umana fatta di difficoltà, peccato, deviazioni. La Gerusalemme celeste, la salvezza, sta al centro. Per raggiungerla si deve passare dalla materialità alla spiritualità, dall'oscurità alla luce.

Ed è quanto meno curioso che si sia usato per costruire il labirinto del parco Sigurtà il Taxus baccata. Una pianta considerata sacra e magica dai Celti che lo consideravano una pianta straordinaria, che per essere da un lato velenosa e dall'altro sempreverde lo associavano alla morte e alla vita spirituale. Anche i romani lo consideravano un albero sacro con le medesime prerogative.

Perché il tasso? «Perché è un'essenza molto pregiata», risponde Giuseppe Sigurtà, proprietario con la sorella Magda, del Parco voluto dallo zio, il conte industriale f! armaceutico Carlo Giuseppe Sigurtà, amico e ospite, proprio qui a Valeggio, di molti premi Nobel. «In tutto il mondo i labirinti vegetali vengono costruiti con due piante sacre e pregiate: il bosso e il tasso. Bossi nel giardino ce ne sono tanti, ho voluto per questo labirinto il tasso. E' molto bello il concetto dell'oscurità e della luce, della morte e della rinascita. Si associa molto bene al motto di questo labirinto: „Più lontano, più vicino‰. Quando cominciammo a pensare al labirinto, mio padre, Enzo Inga Sigurtà, era ancora in vita. Mi disse: „Tutti i labirinti del mondo hanno un motto. Quale sarà il motto di questo?‰. Gli raccontai che sarebbe stato un labirinto dove più ci si allontava, più ci si avvicinava alla soluzione. „Ecco il motto‰, mi disse felice, „Più lontano, più vicino‰. E così è stato. Questo è il vero significato del labirinto: nella vita null! a conta senza sacrificio. E' la fatica che porta risultato e soddisfazi! one».

Una delle più belle leggende, ancora presente nella zona di Chiusi, risale agli Etruschi. Porsenna , il potente locumone, si fece costruire un gigantesco mausoleo, nei sotterranei del quale fece scavare un labirinto all'interno del quale lasciò detto di essere seppellito su un cocchio d'oro trainato da 12 cavalli d'oro. Ma l'elemento più straordinario è che volle nel labirinto anche una chioccia d'oro con cinquemila pulcini dello stesso prezioso materiale. Narra la leggenda che ancora oggi, in certe notti, la chiocchia esce dal labirinto con tutti i suoi pulcini che scintillano al chiarore lunare.

Ma il labirinto è anche un gioco. I fumetti anni Sessanta riportavano regolarmente facili labirinti dove i bambini entravano con la punta della matita e ne uscivano vittoriosi dopo aver «conquistato» la figura centrale. Ma basta acquistare un settimanale enimigstico per trovare ancora labirinti più o meno facili da fare. Com! e si esce da un labirinto? Tiziano Scarpa, romanziere moderno, ha risposto con una bella frase: «Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare».