Terra, acque, nebbia, leggende del lago Gerundo
Quando sbuffava il mitico Tarantasio
di Paolo Zanoni
L’acqua non c’è più da un pezzo, drenata a fatica negli alvei dell’Adda, del Serio e dell’Oglio, ma le strade rettilinee sono delle rotte sicure per navigare tra leggende suggestive e paesi interessanti sorti sulle emergenze in altre epoche inglobate nel miticolago Gerundo. Ancella inseparabile e misteriosa in questo viaggio virtuale, ma non troppo, nelle profondità del tempo, la nebbia.
Terra, acqua e nebbia sono gli elementi che fanno da sfondo alle vicende; il Medioevo è il tempo in cui sono ambientate. Ingredienti indispensabili per imbastire un racconto accattivante. Nell’Età di Mezzo l’area compresa tra i fiumi menzionati appariva come una grande palude, le cui acque stagnanti si alzavano e abbassavano secondo il regime stagionale delle piogge.
In mezzo all’immenso acquitrino, impropriamente chiamato lago o mare, emergevano delle insule, la più vasta delle quali, detta Fulcheria, corrispondeva all’attuale città di Crema col suo territorio. Su questi rialzi, che oggi separano i bacini fluviali, erano ubicati gli stanziamenti umani, poi ingranditi fino a diventare gli odierni paesi. E’ in questo contesto che è nata la leggenda del dragoTarantasio, con le sue varianti e i suoi particolari, tali da far impallidire il recente mito mediatico di Nessy, l’omologo scozzese che non riesce a scaldare la fantasia.
Tra acque infide e vapori nebulosi, forse originati dalle sue stesse narici, viveva Tarantasio, una specie di mostro antidiluviano dal corpo di serpente, la grande testa cornuta di sauro, la lunga coda e le zampe palmate. Cibandosi di carne umana, con predilezione per quella dei bambini, esso incuteva terrore e paura tra gli abitanti dei villaggi rivieraschi del mefitico lago Gerundo.
Narra la leggenda che dopo la morte del santo vescovo Ambrogio, un drago avrebbe insidiato Milano, divorando gli incauti cittadini che osavano sortirne dalle mura. Fu il nobile Uberto Visconti, armato di coraggio, il solo uomo ad affrontare il mostro e ad ucciderlo presso Calvenzano con un colpo netto di spada. Da allora il biscione con un giovinetto in bocca compare nello stemma della città e della potente famiglia che la tenne a lungo in signoria.
Secondo questa versione non c’è dubbio che il biscione fosse proprio Tarantasio. Una seconda leggenda diffusa a Lodi, fa risalire l’ultima apparizione del drago al giorno di San Silvestro del 1299 e la sua scomparsa nel nulla al giorno seguente, capodanno 1300, insieme all’evaporazione del grande stagno in cui viveva, per l’intervento miracoloso di San Cristoforo, patrono delle acque. Il vescovo di Lodi, Bernardo de Talente, che aveva indetto una novena pubblica per invocare la liberazione dal mostro e da una micidiale epidemia in corso, decretò dopo la fine dell’incubo, l’erezione di una chiesa dedicata alla Trinità e al santo.
Passati alcuni giorni, nel letto prosciugato della palude venne rinvenuta una costola colossale che i lodigiani attribuirono con sicurezza al drago malefico. I reggenti della città stabilirono il 23 aprile 1307, festa di San Giorgio, di offrire annualmente cento soldi imperiali alla chiesa di San Cristoforo in segno di gratitudine per la liberazione dal mostro. In essa venne collocata la grande costola fossilizzata, forse di un cetaceo, andata perduta nel XVIII secolo insieme alle due lapidi marmoree che ricordavano gli eventi.
Un’altra costola misteriosa si può ancora vedere nella chiesa di San Giorgio ad Almenno San Salvatore, nella bergamasca Valle Imagna. In quanto al prosciugamento del lago Gerundo, esso è da attribuire all’opera dei cistercensi e dei benedettini presenti nei monasteri sorti ai suoi margini. Spariti i draghi, trafitti dalle lance dei santi e dei cavalieri, evaporata d’incanto l’acqua melmosa delle paludi, è rimasta la nebbia, la silente signora della pianura.
Forse da queste parti transitò nel suo lungo trasferimento dalle brume danubiane a quelle della Loira, il santo cavaliere Martino, che non esitò a dividere il proprio mantello con l’inerme e infreddolito mendicante incontrato per strada. Il periodo intorno alla sua festa regala spesso giorni di pallido sole, la breve estate dei morti che prelude alle tenebre e al freddo invernali. Il passo dalle leggende alla storia non è poi così lungo. Se c’è un luogo in cui, esclusi i mostri acquatici, si fondono alla perfezione il Medioevo, San Martino, la bonifica del lago Gerundo e la nebbia, questo è Palazzo Pignano, paese a pochi chilometri da Crema verso l’Adda.
Lì, nel raggio di un centinaio di metri che comprende i resti di una villa tardo-antica e la romanica parrocchiale, dedicata per l’appunto al santo vescovo di Tours, vi è una densità di storia e un concentrato d’arte di eccezionale valore. Paltium Pinianum era un insediamento romano sorto ai margini dell’Insula Fulcheria. L’importanza del sito è testimoniata dalla vasta area archeologica, 25/30 mila mq., scoperta nel 1963 ed acquisita al demanio, nella quale, oltre all’abbondanza di reperti del IV-VI secolo sistemati nel vicino Antiquarium, sono emersi i resti della grande villa appartenuta ai nobili Piniano e Melania, ferventi cristiani vissuti nel V secolo.
Morto Piniano nel 432, Melania si ritirò a vita eremitica a Gerusalemme consumando il proprio patrimonio a favore dei poveri e fondando comunità monacali femminili e maschili, meritandosi infine la santità. La villa era costituita da diversi ambienti dotati di pavimenti musivi, prospettanti su un giardino interno e dotata di un portico ottagonale lastricato con marmo rosso di Verona. Nell’area della villa, verso sera, altri scavi hanno riportato alla luce i resti della Cappella del Palatium, una grande chiesa a pianta circolare con fonte battesimale.
Scavi che hanno interessato anche la navata destra dell’attuale chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Martino, eretta nel secolo XI. Tra le due chiese, in epoca carolingia, era sorta la pieve, e questo giustifica la dedicazione al santo vescovo di Tours, caro ai Franchi. La successiva sovrapposizione di chiese è dovuta anche alle due distruzioni subite da Palazzo Pignano nel torno di un secolo.
La prima nel 951 ad opera degli Ungari e la seconda nel 1059. Tra il IX e il X secolo il paese era una curtis soggetta al monastero benedettino di San Savino di Piacenza, diocesi alla quale appartenne in alternanza con Cremona, prima di finire nel 1580 in quella cremasca di nuova costituzione. Nel suo stile basilicale di transizione, la parrocchiale di Palazzo Pignano esercita un potente richiamo evocativo dell’epoca in cui fu costruita. La vasta navata centrale, con copertura a capriate lignee, è chiusa dall’abside semicircolare in cui i restauri del 1967 hanno evidenziato lacerti di affreschi rinascimentali. Si tratta di una Madonna del Latte, di un’altra Madonna della Rosa, di una Crocifissione, di un San Martino e di altri santi.
Colpisce per il senso drammatico che emana, all’inizio della navata sinistra, il gruppo di otto grandi statue in terracotta che compongono il Compianto del Cristo morto, quattrocentesca opera di Agostino de Fondulis. Provenienti dalla soppressa chiesa cremasca di San Marino, esse furono donate negli anni Ottanta dell’Ottocento alla parrocchia locale dai conti Vimercati Sanseverino che a Palazzo Pignano avevano vaste proprietà. E’ davvero straordinario questo borgo spesso avvolto nelle nebbie che esalano dai campi e dalle rogge, per il notevole patrimonio storico ereditato, in grado di riservare in futuro altre piacevoli sorprese, oggi celate dal verde manto dei suoi prati.
tratto da:
http://www.e-cremonaweb.it/SezioneEspansa.aspx?EPID=2%7C1%7C0%7C0%7C0%7C111563%7C
mercoledì 8 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
domenica 5 giugno 2011
Origini di Mantova, e altre leggende e curiosità
02 Giugno 2011 - Società E Cultura
Mantova La città dei Gonzaga
di Ruggero Romeo
Mantova è una città di origine etrusca intorno alla cui fondazione si sono addensate diverse leggende. L’Indovino tebano Tiresia secondo la tradizione greca avrebbe avuto una figlia Manto che, fuggita da Tebe, sarebbe arrivata nel territorio palustre della nostra penisola ove avrebbe creato con le sue lacrime un lago dalle acque miracolose.
Infatti si tramanda che chi le beveva poteva diventare un profeta. Si aggiunge anche che Manto avrebbe sposato Tybris (il Tevere) con il quale avrebbe generato Ocno che sarebbe stato il fondatore della città cui avrebbe dato il nome di Mantua in onore della madre. Altri sostengono che il nome deriverebbe da Manth, uno degli dei etruschi.
La prima versione forse è la più credibile perché riportata nella Eneide di Virgilio, versione ripresa da Dante Alighieri nel XX Canto dell’Inferno nel quale il poeta, che insieme con Virgilio incontra gli indovini, fa una descrizione della zona in cui sorge Mantova. Comunque il centro etrusco ha il suo primo sviluppo nel VI secolo a.
C.. Nel 214 a.C. viene occupato dai Romani per essere poi saccheggiato da Alarico, conteso da Bizantini e Longobardi fino a passare sotto il dominio della Contessa Matilde di Canossa, la “Gran Contessa” (1046-1115) che è stata signora di vasti domini in Toscana, Emilia, Lombardia ed Umbria.
Matilde è stata una eminente figura della storia di quel periodo. Figlia ed erede di Bonario III, devotissima della Chiesa, ha avuto anche una parte cospicua nella storica “lotta delle investiture” fra Impero e Papato. Mantova si è poi costituita in Comune partecipando alle due “Leghe Lombarde” e respingendo in questo periodo gli assalti del feroce Ezzelino.
I Bonacolsi l’hanno tiranneggiata dal 1272 fino a quando è passata sotto il dominio dei Gonzaga (dal 1328 al 1707) cui deve la sua storia più gloriosa. Nel 1708 è passata sotto il Ducato d’Austria per essere poi coinvolta nel periodo napoleonico in tutte le vicende della Lombardia. Dal 1815 si è inserita nel Regno Lombardo Veneto e nel 1859 si è unita al Veneto per passare con quest’ultimo al Regno d’Italia nel 1866.
Prima di illustrare le bellezze architettoniche della città è interessante ricordare alcuni personaggi ad essa legati, fra tutti Virgilio nato nel 70 a.C. e la cui vita è sintetizzata nella frase “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Partenope, cecini pasqua, rura, duces”. Fra gli altri menzioniamo Longino, martirizzato nel 37, Matilde di Canossa, già ricordata, Leon Battista Alberti, architetto e scrittore, Tito Speri, patriota, Jacquet da Mantova detto anche Jachet da Mantoue, compositore, Gilberto Govi, fisico e patriota, Publio Virgilio Marone, poeta, Gorni Kramer, compositore e Giulio Turcato, pittore.
Ma una delle vicende che ha coinvolto un gran numero di mantovani è stata quella tristemente celebre dei “Martiri di Belfiore”, una delle più nobili e sacre pagine del nostro Risorgimento. Nel Vallo o Spalto di Belfiore a Mantova sono stati infatti sacrificati moltissimi giovani congiurati che si opponevano all’Austria per tentare di realizzare l’Unità d’Italia dopo l’infelice epilogo della guerra del 1848-1849.
A Mantova in quel tempo facevano parte di queste società segrete fra gli altri Don Enrico Tazzoli, Montanari, Tito Speri e Grazioli che con tanti compagni sono stati impiccati proprio a Belfiore.
Ma per tornare a Mantova va detto che la città è ricca di monumenti insigni. Il Duomo, Cattedrale di San Pietro, risale al 1300 circa, è in stile romanico con aggiunte gotiche e sorge ove era stato eretto un tempio paleocristiano andato distrutto per un incendio. La ristrutturazione è stata fatta nel 1545 da Giulio Romano che in molti punti si è ispirato alle Basiliche Paleocristiane.
Qui è conservato sotto l’Altar Maggiore il corpo di Sant’Anselmo da Baggio, patrono della città.
Leon Battista Alberti ha progettato nel 1472 la Basilica di Sant’Andrea la cui ultimazione risale al 1530. La Cupola si deve a Filippo Juvarra mentre in una Cappella è stato inumato Andrea Mantegna. Giovan Battista Bersani ha progettato la Basilica Palatina di Santa Barbara commissionatagli dal Duca Guglielmo Gonzaga nel XVI secolo.
Va sottolineato che gran parte delle costruzioni monumentali di Mantova si devono a questa famiglia che ha sempre governato con capacità e discrezione.
La Chiesa più antica della città è la “Rotonda di San Lorenzo” realizzata durante il dominio della casa di Canossa nell’XI secolo. Essa dopo varie vicissitudini, è stata riportata agli antichi splendori su progetto di Leon Battista Alberti ed infine nella prima metà del XX secolo ha avuto la definitiva destinazione a Famedio dei caduti mantovani di tutte le guerre.
La Chiesa di San Barnaba è stata realizzata nel 1263, ma ha subito diversi interventi fino alla definitiva sistemazione nel 1737 ad opera di Antonio Galli da Bibbiena.
La Chiesa di Santa Maria del Gradaro, realizzata intorno al 1260 in stile romanico-gotico, è stata eretta nel punto in cui è stato martirizzato San Longino il Centurione Romano cui va il merito di aver portato a Mantova il preziosissimo sangue di Gesù che vi si conserva.
La Chiesa di Santa Maria della Vittoria è stata realizzata nel 1496 per celebrare il successo dei Gonzaga a Fornovo contro Carlo VIII. Questo sacro edificio conservava la “Madonna della Vittoria” di Andrea Mantegna che, trafugata da Napoleone, è oggi al Louvre.
La Chiesa di San Maurizio ha all’interno tele di Ludovico Carracci, di Geffels, di Denys e di diversi altri autori secenteschi. Moltissime altre Chiese sono state costruite nei vari quartieri della città che ha anche avuto la Sinagoga Norsa Torrazzo che dopo la demolizione è oggi stata ricostruita in via dei Govi perfettamente identica alla originale.
Molte costruzioni civili si possono ammirare in tutta Mantova fra le quali va citato il Palazzo Ducale che è il risultato dell’assemblaggio di molti edifici collegati fra loro che sono stati fatti realizzare per la maggior parte dai membri della famiglia Gonzaga. Federico II Gonzaga ha fatto costruire nel 1525 da Giulio Romano un prestigioso Palazzo destinato alla sua amante ufficiale e lo stesso architetto ha affrescato il Castello di San Giorgio mentre il Palazzo della Ragione è stato realizzato nel 1242 quando è stato Podestà Guido da Correggio mentre il Palazzo del Podestà detto anche “del Broletto” è stato realizzato su commissione di un altro Podestà, il Bresciano Martinengo.
La Dimora di Andrea Mantegna, nominato pittore di Corte da Ludovico Gonzaga nel 1457, sorge su di un terreno donato all’artista dallo stesso marchese. La Beata Osanna Andreasi ha abitato una casa costruita nel XV secolo in stile fancelliano. Una facciata in cotto con decorazioni di stile veneziano caratterizza la Casa del Mercante risalente al 1455 mentre al 1544 va datata la Casa di Giulio Romano (Giulio Pippi) portato a Mantova da Federico Gonzaga.
Altri edifici hanno avuto importanti progettisti, Palazzo Colloredo ristrutturato nel 1599 da Antonio Maria Viani, Palazzo Sordi dovuto al Fiammingo Frans Geffels che lo ha realizzato nel 1680 con un altorilievo di Giovanni Battista Barberini mentre Palazzo Valenti Gonzaga è un esempio di pregevole architettura barocca mantovana sempre a firma di Frans Geffels.
Diverse Torri arricchiscono la città, realizzate fra il 1200 ed il 1400, come pure Porte, Ponti e Teatri. Ne ricordiamo solo i nomi, il Teatro Scientifico dell’Accademia è stato realizzato nel 1769 da Antonio Bibiena con facciata del Piermarini, il Teatro Sociale di Luigi Canonica è stato inaugurato nel 1822, il Teatro di Corte dei Gonzaga inizialmente realizzato nel 1549, è stato ricostruito nel 1592 dopo essere stato distrutto da un incendio.
tratto da:
http://www.opinione.it/articolo.php?arg=14&art=102042
Mantova La città dei Gonzaga
di Ruggero Romeo
Mantova è una città di origine etrusca intorno alla cui fondazione si sono addensate diverse leggende. L’Indovino tebano Tiresia secondo la tradizione greca avrebbe avuto una figlia Manto che, fuggita da Tebe, sarebbe arrivata nel territorio palustre della nostra penisola ove avrebbe creato con le sue lacrime un lago dalle acque miracolose.
Infatti si tramanda che chi le beveva poteva diventare un profeta. Si aggiunge anche che Manto avrebbe sposato Tybris (il Tevere) con il quale avrebbe generato Ocno che sarebbe stato il fondatore della città cui avrebbe dato il nome di Mantua in onore della madre. Altri sostengono che il nome deriverebbe da Manth, uno degli dei etruschi.
La prima versione forse è la più credibile perché riportata nella Eneide di Virgilio, versione ripresa da Dante Alighieri nel XX Canto dell’Inferno nel quale il poeta, che insieme con Virgilio incontra gli indovini, fa una descrizione della zona in cui sorge Mantova. Comunque il centro etrusco ha il suo primo sviluppo nel VI secolo a.
C.. Nel 214 a.C. viene occupato dai Romani per essere poi saccheggiato da Alarico, conteso da Bizantini e Longobardi fino a passare sotto il dominio della Contessa Matilde di Canossa, la “Gran Contessa” (1046-1115) che è stata signora di vasti domini in Toscana, Emilia, Lombardia ed Umbria.
Matilde è stata una eminente figura della storia di quel periodo. Figlia ed erede di Bonario III, devotissima della Chiesa, ha avuto anche una parte cospicua nella storica “lotta delle investiture” fra Impero e Papato. Mantova si è poi costituita in Comune partecipando alle due “Leghe Lombarde” e respingendo in questo periodo gli assalti del feroce Ezzelino.
I Bonacolsi l’hanno tiranneggiata dal 1272 fino a quando è passata sotto il dominio dei Gonzaga (dal 1328 al 1707) cui deve la sua storia più gloriosa. Nel 1708 è passata sotto il Ducato d’Austria per essere poi coinvolta nel periodo napoleonico in tutte le vicende della Lombardia. Dal 1815 si è inserita nel Regno Lombardo Veneto e nel 1859 si è unita al Veneto per passare con quest’ultimo al Regno d’Italia nel 1866.
Prima di illustrare le bellezze architettoniche della città è interessante ricordare alcuni personaggi ad essa legati, fra tutti Virgilio nato nel 70 a.C. e la cui vita è sintetizzata nella frase “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Partenope, cecini pasqua, rura, duces”. Fra gli altri menzioniamo Longino, martirizzato nel 37, Matilde di Canossa, già ricordata, Leon Battista Alberti, architetto e scrittore, Tito Speri, patriota, Jacquet da Mantova detto anche Jachet da Mantoue, compositore, Gilberto Govi, fisico e patriota, Publio Virgilio Marone, poeta, Gorni Kramer, compositore e Giulio Turcato, pittore.
Ma una delle vicende che ha coinvolto un gran numero di mantovani è stata quella tristemente celebre dei “Martiri di Belfiore”, una delle più nobili e sacre pagine del nostro Risorgimento. Nel Vallo o Spalto di Belfiore a Mantova sono stati infatti sacrificati moltissimi giovani congiurati che si opponevano all’Austria per tentare di realizzare l’Unità d’Italia dopo l’infelice epilogo della guerra del 1848-1849.
A Mantova in quel tempo facevano parte di queste società segrete fra gli altri Don Enrico Tazzoli, Montanari, Tito Speri e Grazioli che con tanti compagni sono stati impiccati proprio a Belfiore.
Ma per tornare a Mantova va detto che la città è ricca di monumenti insigni. Il Duomo, Cattedrale di San Pietro, risale al 1300 circa, è in stile romanico con aggiunte gotiche e sorge ove era stato eretto un tempio paleocristiano andato distrutto per un incendio. La ristrutturazione è stata fatta nel 1545 da Giulio Romano che in molti punti si è ispirato alle Basiliche Paleocristiane.
Qui è conservato sotto l’Altar Maggiore il corpo di Sant’Anselmo da Baggio, patrono della città.
Leon Battista Alberti ha progettato nel 1472 la Basilica di Sant’Andrea la cui ultimazione risale al 1530. La Cupola si deve a Filippo Juvarra mentre in una Cappella è stato inumato Andrea Mantegna. Giovan Battista Bersani ha progettato la Basilica Palatina di Santa Barbara commissionatagli dal Duca Guglielmo Gonzaga nel XVI secolo.
Va sottolineato che gran parte delle costruzioni monumentali di Mantova si devono a questa famiglia che ha sempre governato con capacità e discrezione.
La Chiesa più antica della città è la “Rotonda di San Lorenzo” realizzata durante il dominio della casa di Canossa nell’XI secolo. Essa dopo varie vicissitudini, è stata riportata agli antichi splendori su progetto di Leon Battista Alberti ed infine nella prima metà del XX secolo ha avuto la definitiva destinazione a Famedio dei caduti mantovani di tutte le guerre.
La Chiesa di San Barnaba è stata realizzata nel 1263, ma ha subito diversi interventi fino alla definitiva sistemazione nel 1737 ad opera di Antonio Galli da Bibbiena.
La Chiesa di Santa Maria del Gradaro, realizzata intorno al 1260 in stile romanico-gotico, è stata eretta nel punto in cui è stato martirizzato San Longino il Centurione Romano cui va il merito di aver portato a Mantova il preziosissimo sangue di Gesù che vi si conserva.
La Chiesa di Santa Maria della Vittoria è stata realizzata nel 1496 per celebrare il successo dei Gonzaga a Fornovo contro Carlo VIII. Questo sacro edificio conservava la “Madonna della Vittoria” di Andrea Mantegna che, trafugata da Napoleone, è oggi al Louvre.
La Chiesa di San Maurizio ha all’interno tele di Ludovico Carracci, di Geffels, di Denys e di diversi altri autori secenteschi. Moltissime altre Chiese sono state costruite nei vari quartieri della città che ha anche avuto la Sinagoga Norsa Torrazzo che dopo la demolizione è oggi stata ricostruita in via dei Govi perfettamente identica alla originale.
Molte costruzioni civili si possono ammirare in tutta Mantova fra le quali va citato il Palazzo Ducale che è il risultato dell’assemblaggio di molti edifici collegati fra loro che sono stati fatti realizzare per la maggior parte dai membri della famiglia Gonzaga. Federico II Gonzaga ha fatto costruire nel 1525 da Giulio Romano un prestigioso Palazzo destinato alla sua amante ufficiale e lo stesso architetto ha affrescato il Castello di San Giorgio mentre il Palazzo della Ragione è stato realizzato nel 1242 quando è stato Podestà Guido da Correggio mentre il Palazzo del Podestà detto anche “del Broletto” è stato realizzato su commissione di un altro Podestà, il Bresciano Martinengo.
La Dimora di Andrea Mantegna, nominato pittore di Corte da Ludovico Gonzaga nel 1457, sorge su di un terreno donato all’artista dallo stesso marchese. La Beata Osanna Andreasi ha abitato una casa costruita nel XV secolo in stile fancelliano. Una facciata in cotto con decorazioni di stile veneziano caratterizza la Casa del Mercante risalente al 1455 mentre al 1544 va datata la Casa di Giulio Romano (Giulio Pippi) portato a Mantova da Federico Gonzaga.
Altri edifici hanno avuto importanti progettisti, Palazzo Colloredo ristrutturato nel 1599 da Antonio Maria Viani, Palazzo Sordi dovuto al Fiammingo Frans Geffels che lo ha realizzato nel 1680 con un altorilievo di Giovanni Battista Barberini mentre Palazzo Valenti Gonzaga è un esempio di pregevole architettura barocca mantovana sempre a firma di Frans Geffels.
Diverse Torri arricchiscono la città, realizzate fra il 1200 ed il 1400, come pure Porte, Ponti e Teatri. Ne ricordiamo solo i nomi, il Teatro Scientifico dell’Accademia è stato realizzato nel 1769 da Antonio Bibiena con facciata del Piermarini, il Teatro Sociale di Luigi Canonica è stato inaugurato nel 1822, il Teatro di Corte dei Gonzaga inizialmente realizzato nel 1549, è stato ricostruito nel 1592 dopo essere stato distrutto da un incendio.
tratto da:
http://www.opinione.it/articolo.php?arg=14&art=102042
giovedì 2 giugno 2011
La Spezia Fantasy racconta leggende dal Garda
Sabato 4 e domenica 5 giugno 2011 a La Spezia Fantasy & Comics l’autrice Simona Cremonini con “Leggende, curiosità e misteri del lago di Garda” (www.leggendedelgarda.com) è ospite della Festa delle Fate, presso lo stand del negozio Dejavu, e per la Serata delle Fate che si svolgerà sabato sera.
Un appuntamento in cui l'acqua dolce e ruvida del lago di Garda interseca l'acqua salata del Mar Ligure, per raccontare un piccolo scorcio di storia italiana intessuta di mitologia: una leggenda che verrà svelata durante l'evento collega infatti questi due territori.
Durante la giornata sono previste alcune letture e una presentazione del libro alle 17,00, mentre il sabato sera la magia de La Festa delle Fate si trasferisce in un antico borgo medievale per vivere un’incantevole serata in compagnia delle fate! Il programma prevede una cena con il piccolo popolo, tra dolci note soavi e un viaggio nella terra di mezzo raccontato da Roberto Fontana, con momenti dedicati alla scoperta della scrittura elfica e della lettura delle rune. A completare il quadro alcune leggende raccontate da Simona Cremonini.
La Serata delle Fate si svolgerà presso il ristorante “La locanda del viandante”, in piazza Regina Margherita - Vezzano Ligure (La Spezia ) - tel: 0187 994444, 0187 994725
L'evento Spezia Fantasy si tiene presso SpeziaExpò sabato e domenica.
Info su: http://laspeziafantasy.com/
La Spezia Fantasy & Comics è una rassegna a 360°: Editori della carta stampata, di video ma anche di comics e di giochi, editori di prodotti musicali ed audiovisivi, collezionismo, modellismo e tante tante mostre...
Un appuntamento in cui l'acqua dolce e ruvida del lago di Garda interseca l'acqua salata del Mar Ligure, per raccontare un piccolo scorcio di storia italiana intessuta di mitologia: una leggenda che verrà svelata durante l'evento collega infatti questi due territori.
Durante la giornata sono previste alcune letture e una presentazione del libro alle 17,00, mentre il sabato sera la magia de La Festa delle Fate si trasferisce in un antico borgo medievale per vivere un’incantevole serata in compagnia delle fate! Il programma prevede una cena con il piccolo popolo, tra dolci note soavi e un viaggio nella terra di mezzo raccontato da Roberto Fontana, con momenti dedicati alla scoperta della scrittura elfica e della lettura delle rune. A completare il quadro alcune leggende raccontate da Simona Cremonini.
La Serata delle Fate si svolgerà presso il ristorante “La locanda del viandante”, in piazza Regina Margherita - Vezzano Ligure (La Spezia ) - tel: 0187 994444, 0187 994725
L'evento Spezia Fantasy si tiene presso SpeziaExpò sabato e domenica.
Info su: http://laspeziafantasy.com/
La Spezia Fantasy & Comics è una rassegna a 360°: Editori della carta stampata, di video ma anche di comics e di giochi, editori di prodotti musicali ed audiovisivi, collezionismo, modellismo e tante tante mostre...
martedì 24 maggio 2011
Misteri e leggende del Bosco della Fontana a Mantova
Venerdì 27 maggio 2011 - ore 17,30 / ore 21,00
Doppio appuntamento per presentare l'ultimo libro di Learco Zanardi "La foresta Bosco della Fontana - tra storia e leggenda".
Alle 17,30 a Soave (MN), presso il Centro Anziani nell'ex Cooperativa di Via della Libertà 98, presentano il volume Sergio Mezzadrelli, il giornalista Luca Cremonesi e l'autore Learco Zanardi.
Alle 21,00 a Cerlongo (MN), al Circolo Culturale "Castello" di Piazzale San Pio X, nella splendida cornice della Villa Magnaguti.
Vi aspettiamo!
Learco Zanardi
La Foresta
BOSCO DELLA FONTANA
tra storia e leggenda
prezzo: 20,00 Euro
pp. 288
http://www.sometti.it/sito/index.php?option=com_virtuemart&page=shop.product_details&only_page=1&product_id=39&pop=1&tmpl=component&=0&vmcchk=1&Itemid=53
Il Bosco della Fontana, alle porte di Mantova, è un residuato della foresta post-glaciale che anticamente abbracciava il territorio della Lombardia e di gran parte della Pianura Padana.
Il suo ingresso nella Storia coincide con la fortuna dei Gonzaga, signoria regnante della corte mantovana fino ai primi anni del Settecento, che ne fecero un grande e prestigioso parco di caccia visitato dai più illustri personaggi dell'epoca: dall'Imperatore Carlo V ai delegati dell'Imperatore giapponese, fino all'Imperatrice Margherita d'Austria.
In queste pagine Zanardi compie un ritratto del Bosco a 360 gradi definendo un quadro delle caratteristiche geografiche e naturalistiche, i numerosi esemplari di flora e fauna che vivono tuttora nella foresta.
Ma soprattutto, ricostruisce - attraverso una meticolosa ricerca storica e d'archivio - la vita e i tanti eventi, aneddoti e curiosità legati al Bosco a partire dal primo documento ufficiale del 1113, i fasti rinascimentali, i periodi di decadenza e di rilancio, fino ai giorni nostri.
Un libro che ci restituisce finalmente la magìa di un luogo antico, ma ancora tutto da scoprire.
Doppio appuntamento per presentare l'ultimo libro di Learco Zanardi "La foresta Bosco della Fontana - tra storia e leggenda".
Alle 17,30 a Soave (MN), presso il Centro Anziani nell'ex Cooperativa di Via della Libertà 98, presentano il volume Sergio Mezzadrelli, il giornalista Luca Cremonesi e l'autore Learco Zanardi.
Alle 21,00 a Cerlongo (MN), al Circolo Culturale "Castello" di Piazzale San Pio X, nella splendida cornice della Villa Magnaguti.
Vi aspettiamo!
Learco Zanardi
La Foresta
BOSCO DELLA FONTANA
tra storia e leggenda
prezzo: 20,00 Euro
pp. 288
http://www.sometti.it/sito/index.php?option=com_virtuemart&page=shop.product_details&only_page=1&product_id=39&pop=1&tmpl=component&=0&vmcchk=1&Itemid=53
Il Bosco della Fontana, alle porte di Mantova, è un residuato della foresta post-glaciale che anticamente abbracciava il territorio della Lombardia e di gran parte della Pianura Padana.
Il suo ingresso nella Storia coincide con la fortuna dei Gonzaga, signoria regnante della corte mantovana fino ai primi anni del Settecento, che ne fecero un grande e prestigioso parco di caccia visitato dai più illustri personaggi dell'epoca: dall'Imperatore Carlo V ai delegati dell'Imperatore giapponese, fino all'Imperatrice Margherita d'Austria.
In queste pagine Zanardi compie un ritratto del Bosco a 360 gradi definendo un quadro delle caratteristiche geografiche e naturalistiche, i numerosi esemplari di flora e fauna che vivono tuttora nella foresta.
Ma soprattutto, ricostruisce - attraverso una meticolosa ricerca storica e d'archivio - la vita e i tanti eventi, aneddoti e curiosità legati al Bosco a partire dal primo documento ufficiale del 1113, i fasti rinascimentali, i periodi di decadenza e di rilancio, fino ai giorni nostri.
Un libro che ci restituisce finalmente la magìa di un luogo antico, ma ancora tutto da scoprire.
lunedì 9 maggio 2011
Il cerchio di pietre bianche: una Stonehenge a Nuvolera - Brescia
BRESCIA OGGI
Mercoledì 04 Maggio 2011 PROVINCIA Pagina 25
LA PROVINCIA ARCHEOLOGICA/1. Due appassionati gardesani hanno fatto una ricognizione al sito immerso nel bosco
Il Sercol nascosto di Nuvolera
va alla ricerca di nuova luce
Il grande cerchio di pietre bianche sul monte Cavallo è visibile in primavera quando il sottobosco è brullo ma servono studi specialistici e il sito è abbandonato
Inghiottito da una fitta vegetazione dalle parti di Nuvolera, sul monte Cavallo, un cocuzzolo che fa da confine con la località di Virle, dorme di un sonno millenario il leggendario e semi dimenticato Sercol: un magico cerchio di pietroni allineati con una figura umana incisa con un sole che punta al tramonto. Protetto dal suo sottobosco impenetrabile, è di fatto isolato. In pochissimo possono dire di averlo visto: arrivarci è un'impresa ardua, che in inverno diventa impossibile. L'unico momento buono è l'inizio della primavera, quando la vegetazione non è ancora rigogliosa. Non esiste un sentiero percorribile: rovi e massi aguzzi sbarrano più volte l'ascesa sul ripido pendio e non è raro sentire sibilare le vipere. ! 200; un posto fuori dal tempo e non alla portata della semplice curiosità dei camminatori domenicali.
Queste difficoltà non hanno fermato due giovani studiosi desenzanesi, Armando Bellelli e Marco Bertagna, entrambi appassionati di storia bresciana e archeologi dilettanti. Qualche voce era giunta alle loro orecchie, ma a incuriosirli sono state le misteriose geometrie visibili tramite programmi di immagini satellitari come Google Earth, così, strumenti alla mano, hanno deciso di sfidare il monte Cavallo e tra boschi di castagno e rovi spinosi hanno mirato al segreto cocuzzolo.
Là in cima c'è la testimonianza di un'antica presenza umana: un grande cerchio di pietre bianche, perfettamente regolare e con un diametro di circa 42 metri. Esattamente al centro, a quota 420 metri, ci sono altri grandi massi ricoperti da muschi e detriti. Lì vicino c'è anche una piattaforma di pietra semi sepolta con quella che potrebbe sembrare una figura u! mana profondamente scolpita nella roccia adorante un disco sol! are: la figura è perfettamente allineata verso ovest, verso il sole che muore.
Il cerchio di pietre è simile a quelli che si possono ammirare in Inghilterra, Irlanda, Scozia e molte altre parti d'Europa, mentre in Italia sono estremamente rari. Le terre bresciane sono state abitate da Liguri, Celti e Galli Cenomani, ma per apprezzare l'importanza e la vastità del sito nostrano oggi è necessatio utilizzare fotogrammetrie dall'alto.
«Non mi sento di dare una datazione o un'attribuzione ad una antica popolazione - spiega Bellelli -, ritengo sia necessaria e doverosa un'attenzione particolare al sito da parte della Provincia di Brescia e della Sovrintendenza. Potranno confermarlo soltanto gli archeologi professionisti, ma l'idea che in cima a quel monte si celi da decine di secoli una Stonehenge bresciana mi emoziona fortemente e mi auguro che presto diventi oggetto di studio per verificare una simile possibilità».
Se il sito venisse ! ripulito e provvisto di una strada, avrebbe un'aspetto suggestivo,e sarebbe una attrattiva non solo per le scolaresche. A Desenzano il museo dell'Età del Bronzo ospita anche l'aratro più antico del mondo, a Polpenazze si lavora per creare un museo al sito palafitticolo del lago Lucone e per il Monte Cavallo i due studiosi dicono «Ci auguriamo che presto il Sercol e i suoi misteri vengano svelati a tutti gli abitanti della nostra bella provincia».
Mercoledì 04 Maggio 2011 PROVINCIA Pagina 25
LA PROVINCIA ARCHEOLOGICA/1. Due appassionati gardesani hanno fatto una ricognizione al sito immerso nel bosco
Il Sercol nascosto di Nuvolera
va alla ricerca di nuova luce
Il grande cerchio di pietre bianche sul monte Cavallo è visibile in primavera quando il sottobosco è brullo ma servono studi specialistici e il sito è abbandonato
Inghiottito da una fitta vegetazione dalle parti di Nuvolera, sul monte Cavallo, un cocuzzolo che fa da confine con la località di Virle, dorme di un sonno millenario il leggendario e semi dimenticato Sercol: un magico cerchio di pietroni allineati con una figura umana incisa con un sole che punta al tramonto. Protetto dal suo sottobosco impenetrabile, è di fatto isolato. In pochissimo possono dire di averlo visto: arrivarci è un'impresa ardua, che in inverno diventa impossibile. L'unico momento buono è l'inizio della primavera, quando la vegetazione non è ancora rigogliosa. Non esiste un sentiero percorribile: rovi e massi aguzzi sbarrano più volte l'ascesa sul ripido pendio e non è raro sentire sibilare le vipere. ! 200; un posto fuori dal tempo e non alla portata della semplice curiosità dei camminatori domenicali.
Queste difficoltà non hanno fermato due giovani studiosi desenzanesi, Armando Bellelli e Marco Bertagna, entrambi appassionati di storia bresciana e archeologi dilettanti. Qualche voce era giunta alle loro orecchie, ma a incuriosirli sono state le misteriose geometrie visibili tramite programmi di immagini satellitari come Google Earth, così, strumenti alla mano, hanno deciso di sfidare il monte Cavallo e tra boschi di castagno e rovi spinosi hanno mirato al segreto cocuzzolo.
Là in cima c'è la testimonianza di un'antica presenza umana: un grande cerchio di pietre bianche, perfettamente regolare e con un diametro di circa 42 metri. Esattamente al centro, a quota 420 metri, ci sono altri grandi massi ricoperti da muschi e detriti. Lì vicino c'è anche una piattaforma di pietra semi sepolta con quella che potrebbe sembrare una figura u! mana profondamente scolpita nella roccia adorante un disco sol! are: la figura è perfettamente allineata verso ovest, verso il sole che muore.
Il cerchio di pietre è simile a quelli che si possono ammirare in Inghilterra, Irlanda, Scozia e molte altre parti d'Europa, mentre in Italia sono estremamente rari. Le terre bresciane sono state abitate da Liguri, Celti e Galli Cenomani, ma per apprezzare l'importanza e la vastità del sito nostrano oggi è necessatio utilizzare fotogrammetrie dall'alto.
«Non mi sento di dare una datazione o un'attribuzione ad una antica popolazione - spiega Bellelli -, ritengo sia necessaria e doverosa un'attenzione particolare al sito da parte della Provincia di Brescia e della Sovrintendenza. Potranno confermarlo soltanto gli archeologi professionisti, ma l'idea che in cima a quel monte si celi da decine di secoli una Stonehenge bresciana mi emoziona fortemente e mi auguro che presto diventi oggetto di studio per verificare una simile possibilità».
Se il sito venisse ! ripulito e provvisto di una strada, avrebbe un'aspetto suggestivo,e sarebbe una attrattiva non solo per le scolaresche. A Desenzano il museo dell'Età del Bronzo ospita anche l'aratro più antico del mondo, a Polpenazze si lavora per creare un museo al sito palafitticolo del lago Lucone e per il Monte Cavallo i due studiosi dicono «Ci auguriamo che presto il Sercol e i suoi misteri vengano svelati a tutti gli abitanti della nostra bella provincia».
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Leggende del Veneto e di Verona
da:
http://www.ilcomuneinforma.it/viaggi/7190/leggende-del-veneto/
Il Veneto, una regione Italiana, si trova nella parte Nord-Est del nostro Stivale. Il suo territorio comprende una zona litoranea bagnata dal Mar Adriatico, una zona piana, le Prealpi Venete comprendenti il Monte Baldo i Monti Lessini l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa. Altre zone Venete sono le Dolomiti Orientali e le Alpi Carniche. Ospita il lago di Garda e il fiume Po.
La leggenda in assoluto più bella della regione è “lo specchio di Misurina”. C’era una volta un papà (Sorapis) e una bambina (Misurina), il papà era un gigante mentre la bimba piccola piccola. Ma la piccola poteva prendere in giro il papà perché lui era troppo buono con lei e lei ne approfittava diventando sempre più stizzosa e insolente. Al castello tutti la evitavano e il papà non sapeva cosa fare. Il difetto più grande di Misurina era la troppa curiosità, voleva sapere e vedere tutto.
Un giorno la nutrice le disse che esisteva lo specchio “tuttosò”, dove chi si specchia sa immediatamente tutto ciò che vuole. La piccola lo chiese al papà ma lui le rispose che lo specchio apparteneva alla Fata del Monte Cristallo così, dopo tanto piangere della figlia, lui si mise in cammino per andarlo a prendere. Disse tutto alla Fata che conosceva di fama Misurina. In cambio dello specchio, la Fata chiese al gigante di diventare una montagna che la proteggesse dal sole.
Lui accettò, la fata prese lo specchio, ma poi vide la sua faccia e gli disse di dire tutto alla figlia: “se lei accetta di farti diventare una montagna per lo specchio allora lo diventerai, altrimenti mi dovrai riportare lo specchio.” La figlia accettò, prese lo specchio ma quando il padre si trasformò in montagna (quella che adesso sta di fronte il Monte Cristallo) lei si alzò sulla sua punta e vedendolo si buttò giù e il padre iniziò a piangere. Così si formò il lago ai piedi della montagna.
Altra leggenda bella è “la Leggenda dell’Arena di Verona”. Un tempo a Verona viveva un signore ricchissimo che, per aver commesso un grave delitto, fu condannato a morte. Lui cercò di aver salva la vita in cambio dei suoi beni, ma non ci riuscì e così le guardie gli proposero di costruire un edificio enorme in una notte in cambio della vita. I soldi bastavano, ma il tempo no. Allora strinse un piatto con il diavolo: il diavolo costruiva l’edificio e lui gli donava la sua anima.
I demoni lavoravano senza tregua ma l’opera era quasi terminata che scoccò l’ora del mattino e alcuni massi rimasero là, quasi sospesi in aria. I diavoli, spaventati dal suono delle campane, fuggirono e tornare all’inferno. Ma l’arena stette là, le autorità ne rimasero contente e il ricco signore fu salvo. In verità l’Arena fu costruita dai Romani e parzialmente distrutta durante le invasioni barbariche.
http://www.ilcomuneinforma.it/viaggi/7190/leggende-del-veneto/
Il Veneto, una regione Italiana, si trova nella parte Nord-Est del nostro Stivale. Il suo territorio comprende una zona litoranea bagnata dal Mar Adriatico, una zona piana, le Prealpi Venete comprendenti il Monte Baldo i Monti Lessini l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa. Altre zone Venete sono le Dolomiti Orientali e le Alpi Carniche. Ospita il lago di Garda e il fiume Po.
La leggenda in assoluto più bella della regione è “lo specchio di Misurina”. C’era una volta un papà (Sorapis) e una bambina (Misurina), il papà era un gigante mentre la bimba piccola piccola. Ma la piccola poteva prendere in giro il papà perché lui era troppo buono con lei e lei ne approfittava diventando sempre più stizzosa e insolente. Al castello tutti la evitavano e il papà non sapeva cosa fare. Il difetto più grande di Misurina era la troppa curiosità, voleva sapere e vedere tutto.
Un giorno la nutrice le disse che esisteva lo specchio “tuttosò”, dove chi si specchia sa immediatamente tutto ciò che vuole. La piccola lo chiese al papà ma lui le rispose che lo specchio apparteneva alla Fata del Monte Cristallo così, dopo tanto piangere della figlia, lui si mise in cammino per andarlo a prendere. Disse tutto alla Fata che conosceva di fama Misurina. In cambio dello specchio, la Fata chiese al gigante di diventare una montagna che la proteggesse dal sole.
Lui accettò, la fata prese lo specchio, ma poi vide la sua faccia e gli disse di dire tutto alla figlia: “se lei accetta di farti diventare una montagna per lo specchio allora lo diventerai, altrimenti mi dovrai riportare lo specchio.” La figlia accettò, prese lo specchio ma quando il padre si trasformò in montagna (quella che adesso sta di fronte il Monte Cristallo) lei si alzò sulla sua punta e vedendolo si buttò giù e il padre iniziò a piangere. Così si formò il lago ai piedi della montagna.
Altra leggenda bella è “la Leggenda dell’Arena di Verona”. Un tempo a Verona viveva un signore ricchissimo che, per aver commesso un grave delitto, fu condannato a morte. Lui cercò di aver salva la vita in cambio dei suoi beni, ma non ci riuscì e così le guardie gli proposero di costruire un edificio enorme in una notte in cambio della vita. I soldi bastavano, ma il tempo no. Allora strinse un piatto con il diavolo: il diavolo costruiva l’edificio e lui gli donava la sua anima.
I demoni lavoravano senza tregua ma l’opera era quasi terminata che scoccò l’ora del mattino e alcuni massi rimasero là, quasi sospesi in aria. I diavoli, spaventati dal suono delle campane, fuggirono e tornare all’inferno. Ma l’arena stette là, le autorità ne rimasero contente e il ricco signore fu salvo. In verità l’Arena fu costruita dai Romani e parzialmente distrutta durante le invasioni barbariche.
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