lunedì 31 gennaio 2011

La leggenda di Mantova

LA STORIA LE LEGGENDE
Etrusca o greca? Due leggende dividono Mantova
La fondazione risalirebbe a «Manto»: per una civiltà dea delle tenebre, per l' altra figlia dell' indovino Tiresia

MANTOVA - Già il luogo di nascita di questa città porta dritto all' enigma: un piccolo acquitrino circondato dal Mincio, che appena sale la inonda e le trafuga ogni segno, ogni testimonianza. Ti immagini questo luogo solitario, buio, sospeso nel silenzio delle nebbie e lo sciabordio dell' acqua: e per nutrimento uccelli acquatici e pesce dolce, nessun campo da seminare, nessun commercio da praticare. Così isolato, così lontano da tutto, così irreale. È facile credere alla leggenda che dicono Mantova fondata dalla maga Manto, figlia dell' indovino Tiresia fuggito da Tebe, e anche lei fuggitiva. Facile da pensare, perché niente, a chi voglia nascondersi, è più sicuro di quest' isola impraticabile e coperta di canne. Non sarà infatti un caso se molti secoli dopo i Gonzaga si servirono della suggestiva leggenda per decorare i saloni dei loro palazzi: la nobile e greca indovina che si aggira nel misterioso paesaggio lacustre. Della leggenda della maga Manto si parla sempre. Mentre nelle campagne, ai bambini che ancora non sono stati in città, è diffuso l' invito ad andare a baciare i piedi della «vecchia Mantova», identificata nella figura di marmo bianco di Verona, i capelli lunghi e la testa coronata, le mani posate su una tavola tenuta sui ginocchi, seduta a gambe larghe dentro la nicchia del palazzo comunale; (benché le ragazze di 30 anni fa che passavano per via Pescheria più facilmente la riconoscessero nella sguaiata venditrice con gli stivaloni di gomma e un grembiulone di cerata, che pesava le anguille vive). Naturalmente Rodolfo Signorini, storico esigentissimo che prende in considerazione solo i documenti, puntualizza che «la vecchia Manto» dentro la nicchia è Virgilio, massima gloria mantovana: «Quel che possiamo dire dell' origine della città è che fu etrusca e poi romana, e che il suo nome quasi di sicuro deriva da Manto, etrusca divinità infernale». Degli etruschi, probabili fondatori di Mantova già mille anni prima di Cristo, mancano quasi del tutto i reperti, a parte due anfore trovate scavando in piazza Sordello, il luogo dove Mantova iniziò la sua vita, la terra più alta di tutto l' acquitrino. Anche se adesso le carte dicono 25 metri sul livello del mare, rispetto a un tempo è quasi una montagna: basta vedere le arie che si danno i ciclisti quando ne escono passando sotto il «voltone» dove fu alzata la prima porta della città: paiono discender dall' Adamello. Se trova qualcuno che fa la guardia alla cassa, la signora/Virgilio che gestisce il Caffè Accademia per scalette e cunicoli ti accompagna in cantina, molto sotto al livello stradale e mostra il pavimento romano, un bellissimo mosaico geometrico bianco e nero. «Questa era forse la casa di un benestante» mormora il professor Signorini. Trattandosi di interessante e prezioso reperto, subito viene da chiedere: che cosa ci fa ancora qui? Chi lo tiene pulito? Lo tiene pulito la signora/Virgilio, ma solo perché si tratta di una signora gentile. Quanto al luogo, sono anni che si attende il definitivo restauro della bellissima sede del Museo archeologico. Frattanto, a parte il pavimento nella cantina del Caffè Accademia, quel che resta del passaggio romano è in un cortile del palazzo Ducale: un sarcofago, alcune lapidi funerarie, una dedicata da una signora ai suoi tre mariti, qualche torso maschile e qualche testa. C' era anche un tratto di selciato trovato scavando in piazza Broletto. Ma non c' è più. Certo, non è stato né disfatto e neppure rubato: ma non c' è più. C' è invece, curiosamente, una testolina di marmo incastrata fra le colonne di un' alta bifora della torre campanaria del Duomo, chissà come e chi l' ha portata lassù. E intanto il mistero di questa città ti intriga ancora di più: pare un de Chirico, un Magritte formato padano, un surreale giochino della fantasia. Che cosa ci facessero i romani, qua dentro il lago, non è dato sapere. La grande strada di collegamento fra Verona e la via Emilia non passava da qui; né la Gallica che congiungeva Torino con Padova, e neppure quella che univa Verona con Cremona. Tutte al largo di Mantova: e si vede a occhio nudo che una strada di importante collegamento non può permettersi di scavalcare il Mincio in forma di lago, affondare nella palude e arrancando raggiungere la terra asciutta. Tradizione peraltro immutata, dal momento che i collegamenti con Mantova anche oggi sono tali da farne una delle più isolate fra le città d' Italia. Dunque, gli etruschi erano arrivati fin qui con i loro zufoli di terra, i pugnali, i fondi di cesto intrecciato, le anfore per metterci il grano, l' olio, e anche i morti. Trattandosi di gente intraprendente si erano organizzati in una repubblica retta dai magistrati, mentre la classe dirigente dominava sui lavori agricoli e sui commerci via fiume: c' era il porto naturalmente, pressappoco dove adesso l' immenso monumento a Virgilio sull' omonima piazza indigna il professor Signorini: «È vergognoso che sia diventato il posto più sporco della città». Versi in latino non se ne leggono più, in compenso «Ornella ti amo» è il graffito più decente e gentile. Del passaggio dei Galli che con la loro furia distruttrice spazzarono via i civilissimi etruschi, neanche l' ombra; e niente neppure dei Celti che, fra un' incursione e una razzia, insieme ai Galli si erano fermati almeno due secoli. La città rimase piccola per moltissimo tempo: piazza Sordello, piazza Virgilio, via Cairoli e il lago: oltre non si poteva andare, si sprofondava fra i branzini e le carpe. I romani bonificarono il tratto fra via Cairoli, piazza Paradiso, via Tazzoli e via Cavour: qui perché frattanto si era un poco alzata e asciugata la terra. Scavarono un fossato, alzarono le mura, aprirono quattro porte, le case di legno cominciarono a coprirsi di mattoni o di marmo. Il Mincio incombeva sempre, bastava un' alluvione per cancellare la città della greca indovina. Dev' esserne rimasto impressionato anche Virgilio, che parlando della sua terra aveva scritto «Ingens Mincius», Mincio grande, grandissimo; il Mincio che nel 589 si gonfiò tanto da deviare il proprio corso: non andò più a gettarsi in Adriatico, ma trovò sfogo nel Po, all' altezza di Governolo; il Mincio che a ogni rigurgito del Po saltava addosso a Mantova: e se alla fine dell' XI secolo non fosse arrivato il geniale architetto Pitentino a risolvere il problema, la città non avrebbe avuto futuro. Altrimenti come si spiega il fatto che, dei monumenti romani, nulla è rimasto, neppure sotto le innumerevoli chiese che fiorirono intorno al Mille, sempre sopra i resti di un tempio pagano. L' indovina greca sia la benvenuta e si accomodi, stiano invece lontane le divinità pagane, Mantova è protetta solo da quando si onorano i santi Pietro e Paolo, Alessandro e Agata, Cosma e Damiano, Zenone e Stefano, Salvatore, Lorenzo, Silvestro e Andrea, oltre alle varie santissime Croci e Madonne. «Si può identificare la vera data di nascita di Mantova: il 3 marzo 1048 - puntualizza Signorini - perché, a questo punto, finalmente parlano la carte». Dopo aver sognato per ben tre volte sant' Andrea che gli indicava il luogo dov' era stata nascosta la cassetta contenente le ampolle col sangue di Gesù Crocefisso, raccolte sul Golgota dal soldato Longino (arrivato fin qui risanato dalla vista, convertito e martirizzato) il cieco e tedesco eremita Adalberto riuscì a individuare la preziosa reliquia: e nell' orto dell' ospedale di sant' Andrea, al ritrovamento del Sangue e delle ossa del martire, assistevano inginocchiati la contessa Beatrice di Canossa e il vescovo Marziale che due anni prima, coi soldi della ricca signora che voleva ricordare la nascita di sua figlia Matilde, aveva cominciato a costruire la cattedrale di sant' Andrea: «Da allora, invitati dai signori della città Beatrice e Bonifacio di Canossa, per venerare il Santissimo Sangue che ancora si trova racchiuso dietro sette porte e sette cancelli, arrivarono imperatori, papi, principesse e regine, si tennero concilii e diete, facendo di Mantova una città importantissima». «E allora, anche questa è leggenda - polemizza Giancarlo Malacarne, storico e direttore di "Civiltà Mantovana" -: altrimenti come si spiegherebbe che quella che dovrebbe essere la più grande reliquia della cristianità è venerata solo dai mantovani? Come mai non arrivano a Mantova i pellegrini del mondo? Per non dire delle ossa di san Longino: sono cinque gli scheletri finora trovati». A lui sta bene che Mantova sia stata fondata dall' indovina di Tebe; oppure, come ricorda Virgilio, da suo figlio Ocno che nacque dagli amori di Mantova col fiume Tevere. Gli sta bene che, a differenza di tante città italiane fondate da visioni di santi, ritrovamento di ossa martirizzate, voli di angeliche colombe, Mantova abbia origine da una leggenda tenebrosa e gloriosa: «nientemeno che dalla Grecia, veniamo». E gli sta bene che nel ' 700, scavando ai piedi della porta Cerese, fu trovata una grossa chiave di bronzo che per un bel po' fu ritenuta la chiave della vicina città etrusca: «Poi fu osservato che la chiave portava incisa una torre che aveva una gabbia, la torre della gabbia che tutti ancora vediamo a fianco del "voltone" verso piazza Sordello; peccato però che, con gli etruschi, non abbia niente a che fare: è di età comunale. Così che piano piano la chiave ha perduto la sua leggenda, finché a furia di passare da una mano all' altra non si è perduta anche lei. E comunque, pur vivendo di documenti, non posso rifiutare spazio alla fantasia. Anche il principe rinascimentale si immerge nella leggenda: nella storica tela del Morone che racconta la vittoria dei Gonzaga su Passerino Bonaccolsi, una stupenda signora osserva, sola, avvolta in un mantello a bande oro e nero, la casata dei vincitori: e chi vuoi che sia, se non ancora l' indovina Manto. Nessuno si batterà mai per dimostrare che la leggenda è verità; ma nella nascita della città, è il mito quello che conta». L' etimologia LA DIVINITA' Il nome Mantova, secondo lo storico Rodolfo Signorini, quasi sicuramente deriva da «Manto», un' etrusca divinità infernale. Così come etrusca fu l' origine della città, quasi 1.000 anni prima di Cristo LA MAGA Secondo molte leggende, invece, Manto è una maga greca, figlia dell' indovino Tiresia, fuggito da Tebe, e anche lei fuggitiva. Trovò rifugio nell' acquitrino dove poi nacque la città. Secondo altri, è suo figlio Ocno, nato da Manto e il fiume Tevere, ad aver fondato la città LO STORICO / 2 Malacarne: nella nascita è il mito che conta. Noi veniamo dalla maga di Tebe, che compare anche in un dipinto del Morone: è una donna sola, con il mantello a bande oro e nere dei Gonzaga LO STORICO / 1 Signorini: Le origini, mille anni avanti Cristo, risalgono all' Etruria e poi a Roma. Ma i primi documenti sono datati 1048 e raccontano dell' eremita tedesco Adalberto

Ferri Edgarda

Pagina 52
(14 aprile 2002) - Corriere della Sera

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